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ADUA

ADUA INFAUSTA                                                                                           VALLI

CAUSE DELLA NOSTRA SCONFITTA NELLA BATTAGLIA PIU' SANGUINOSA FINO AD ALLORA

MAI COMBATTUTA DA EUROPEI IN AFRICA

 

         bersaglieri 1896

 

La vittoriosa campagna del 1894 contro le truppe di ras Mangascià suscitò pericolose illusioni in Italia. Il 18 Gennaio 1895 il presidente del consiglio Crispi telegrafò al

Generale Oreste Baratieri, governatore della

colonia eritrea e comandante in capo delle

truppe d'Africa: " Il Tigre è aperto all'Italia;

sarà indulgenza nostra se non vorremo occuparlo". Anche il ministro degli esteri Blanc

si fece vivo dicendo: "Aspettiamo sue proposte per trar profitto dal successo".

Baratieri però esitò a rispondere. Nei giorni più

cruciali della battaglis aveva temuto il peggio a causa delle preponderanti forze nemiche e

si rendeva conto delle difficoltà che avrebbe dovuto affrontare. Con le scarse truppe a disposizione doveva guardarsi dalle minacce

dei dervisci, che erano a 400 chilometri da

Massaua, e fronteggiare a sud la possibile avanzata dell'esercito etiopico forte di 100 mila armati. Per agire chiese quindi l'invio di

mezzi adeguati ponendosi in aperto dissidio

col governo di Roma che invece sollecitava

l'azione rifiutando peraltro i rinforzi richiesti.

Approfittando della favorevole situazione

che era venuta a crearsi, ras Mangascià convinse Menelik e gli altri negus abissini a fornirgli aiuti di cui aveva bisogno. Poi fece

occupare dalle sue truppe Hausien, minacciando cosi seriamente Adigrat e la stessa città di Adua. Questo fatto spinse

Baratieri a rompere gli indugi. Adigrat fu

occupata il 25 Marzo 1895. A Roma si discuteva se era il caso di proseguire o meno

nell'azione quando Menelik decise di scendere

in campo contro di noi. Dopo aver riunito sotto

la sua bandiera tutti i ras del territorio, dichiarò la guerra. I primi Combattimenti avvennero sull'Amba Alagi. Per più di sei ore,

gli italiani comandati dal maggiore Toselli

tennero testa a 20.000 guerrieri guidati dai

ras Maconnen, Mangascià, Aulla e dal negus.

Quando l'ufficiale fu costretto a ordinare la

ritirata, i superstiti si avviarono ordinatamente

Invece di seguirli, Toselli restò ad attendere il

nemico. Colpito al petto da una pallottola,

cadde alzando la sciabola al cielo. Mentre in

Italia divampavano le polemiche, le "schiere

scioane" rinforzate dai guerrieri di Menelik,

attaccarono Maccallè, il cui piccolo presidio

resistette con leggendario eroismo dal 7 Dicembre del 1895 al 20 Gennaio 1896 a centomila avversari. Proprio in quei giorni,

Baratieri ricevette dei rinforzi: ma si trattava

solo di pochi battaglioni. Crispi gli inviò un

telegramma che suonava pressapoco così:

" Il governo ti ha mandato quel che hai chiesto. Ora il paese aspetta un'altra vittoria

e io l'aspetto autentica, tale che definisca per

sempre la questione abissina. Bada a quello

che fai, ne va dell'onore tuo e della dignità

dell'italia nostra. Io non ti chiedo un piano

di guerra. Ti chiedo solo che non si ripetano le

sconfitte". Baratieri non lo prese nemmeno in

considerazione e Crispi allora gli fece recapitare un altro messaggio. Diceva:" Codesta  è una tisi militare non una guerra.

Piccole scaramucce nelle quali ci troviamo

inferiori dinanzi al nemico, sciupio di eroismo

senza successo. Siamo pronti a qualunque

sacrificio per salvare l'onore dell'esercito e il

prestigio della monarchia". Saputo che il

negus intenteva invadere la colonia italiana,

Baratieri fece spostare l'esercito nell'Enticcio,

tra il monte Saurià e il colle Zalà. Poi studiò il

da farsi.Le possibilità erano due:o retrocedere

su Adi Caièh, in attessa che giungessero i

sospirati rinforzi dall'italia; o avanzare verso

Adua attacando il nemico. Menelik era accampato a 15 chilometri di distanza. A sua

disposizione aveva: 120 mila fucili, 10 mila

cavalieri Galla e 42 cannoni a tiro rapido

manovrati da istruttori francesi. Baratieri non

poteva opporgli che 14.519 fucili e 52 cannoni

Benchè fosse afflitto da forti febbri, l'ufficiale

convocò una riunione per le 17 del 28

Febbraio 1896. Vi parteciparono i quattro

comandanti delle brigate  ai suoi ordini, oltre

al capo di stato maggiore Valenziano.

Baratieri voleva sentire la loro opinione prima

di prendere qualsiasi decisione. Il primo a

prendere la parola fu Dabormida, che si dichiarò favorevole all'attacco. Poi fu la volta

del comandante della brigata indigena,

Albertone, il quale "sposo" la tesi del collega

che l'aveva preceduto. Subito dopo parlò

Arimondi. L'ufficiale dichiarò: "Non essere più

luogo a indugio. Il solo modo per uscire dalle

presenti difficoltà è quello di avanzare su Adua e dare battaglia". Quando anche gli altri

due ufficiali dissero che la pensavano nello stesso modo, Baratieri, a malincuore, cedette.

L'ordine di battaglia venne diramato nel tardo

pomeriggio del 29 Febbraio 1896. Si leggeva:

"Stasera il corpo d'operazione muove dalla

posizione di Saurià in direzione di Adua,

formato dalle colonne sottoindicate: la colonna di destra , al comando del generale

Dabormida, segue la strada di Zala-Colle Guldan-Rebbi; la colonna di centro, al comando del generale Arimondi, segue la strada Gundapta-Colle Guldan-Rebbi Arienni;

la colonna di sinistra, al comando del generale Albertone, segue la strada Saurià-

Adi Cheras-Colle Chidane Meret; la colonna di

riserva, al comando del generale Ellena, segue la strada della colonna di centro, muovendosi un'ora dopo. il quartier generale

marcerà alla testa della riserva".

Quando la tromba suonò l'avanzata, l'esercito

si mosse. Ma invece di mantenere il contatto

fra loro, secondo gli ordini ricevuti, i comandanti delle varie colonne si avventarono

contro il nemico, dando così modo a Menelik

di isolare le 4 brigate e di attaccarle separatamente. Se lo scontro si fosse svolto

secondo le regole il rapporto delle forze

sarebbe stato di 1 a 8 in favore degli abissini.

Così divenne di 1 a 50. La prima brigata che

entrò in contatto con gli avversari fu quella del

generale Albertone.

 Quindicimila uomini si scagliarono sulla sua avanguardia, un plotone di Bersaglieri capitanato dal tenente Benincasa che si erano spinti fino alle porte di Adua.

Richiamato dagli spari, Albertone intervenne

con l'intera brigata. Per un'ora gli italiani

tennero testa agli avversari, poi dovettero

cominciare a ritirarsi. Le batterie riuscirono per

un attimo a frenare l'assalto, ma la moglie di

Menelik, imperatrice Taitù, in persona, montò

a cavallo, per riportare all'attacco i suoi uomini

Undici ufficiali caddero accanto ai pezzi. Alle

8,15 Albertone mandò un messaggero a

Baratieri per chiedergli dei rinforzi, poi si

ributtò nella mischia. Il maggiore Gamerra,

comandante del battaglione Bersaglieri, sparò

le ultime cartucce spalla a spalla con quattro

tenenti, disposti in quadrato, in mezzo a una

turba di assalitori. E quando le pistole furono

scariche le usò come clave prendendole per la

canna. Ma ormai la battaglia stava volgendo

al termine. Pochi minuti dopo, il generale

Albertone venne fatto prigioniero e condotto

dall'imperatore.Menelik allora diede l'ordine di

attaccare la colonna del generale Dabormida

che era finita in fondo al vallone di Mariam

Sciauifò. Gli italiani (4000 in tutto) furono

assaliti da un'orda di 50.000 uomini, ma li

ributtarono indietro e si lanciarono al contrattaco. Per qualche ora le sorti della

battaglia sembrarono pendere a nostro favore

ma alle 15 gli scontri si riacccesero e fu

l'inizio della fine. Dabormida tentò di aprirsi

un varco attraverso il vallone Jeka, ma

l'imboccatura di quel canalone, che poi fu

ribattezzato "valle della morte", era già stato

occupata dal nemico che fece una strage.

Dabormida cadde da prode. Eliminato anche

questo ostacolo, Menelik rivolse la sua

attenzione verso la truppa Arimondi-Elena

che era rimasta isolata. I suoi fucilieri

cominciarono a falciarla dall'alto del colle

Zebon-Darò. Per neutralizzarli, due compagnie

di Bersaglieri, guidate dal tenente colonnello

Compiano, tentarono di arrampicarsi sul monte. La scalata riuscì. Ma quando i primi

fanti piumati misero piede in vetta trovarono

ad aspettali una turba urlante.

" Forza ragazzi che stasera andremo a mangiale le pesche ad Adua", disse Compiano

per incitare al combattimento i soldati.

Ma le sue parole si persero nel fragore della

battaglia. Così la descrisse Tradigò nel libro

I Bersaglieri e i loro atti di valore da Goito ad Adua:"Su quei greppi fatali, i fanti dal lucido

pennacchio, soverchiati da masse preponderanti, caddero eroicamente.........

rimasti con una quarantina di superstiti, il

tenente colonello Compiano e il capitano

Fabbroni, roteando la sciabola come guerrieri

antichi, cercavano di aprirsi un varco in mezzo

alla ressa dei nemici; ma circondati dalle orde

scioane, caddero entrambi sotto i loro colpi,

mentre l'intero battaglione, preso sul fianco

da una grande massa di nemici,dovette

soccombere". Quando tornò il silenzio c'erano

solo una quarantina di superstiti. Perduto lo

Zebon-Darò, gli italiani salirono verso il monte

Rajo per evitare l'accerchiamento.

Gli episodi di eroismo non si contarono. Sulla

cresta più alta del monte, 4 fanti piumati dell'8 reggimento tennero testa da soli a 400

abissini. Il cadavere di uno di loro, Oreste

Razzano da Napoli, fu poi ritrovato con una

lancia piantata nel petto, avvinghiato a quello

del nemico. Alle 9,30 entrò nella mischia il

maggiore Galliano con i suoi 1200 ascari, ma

neanche il suo intervento valse naturalmente

a mutare la situazione. Nel giro di 6 ore furono abbattuti 10 ufficiali e 900 soldati.

Galliano, ferito leggermente, riunì attorno a sè

i superstiti e, con freddezza anglosassone,

disse:" Signori, vediamo di finire bene".

Anche il generale Arimondi morì eroicamente.

Era accovacciato vicino alle batterie quando un

gruppo di cavalieri Galla si lanciò al galoppo

contro le nostre linee. Senza voltarsi, l'ufficiale

ordinò ai serventi di fare fuoco, ma nessuno

obbedì all'ordine poichè erano tutti morti.

Allora si alzò. Fu ucciso mentre tentava di

opporsi alla carica con la sciabola sguainata.

La ritirata fu un calvario. Sfiniti e assetati, gli

italiani si ritirarono verso Hiehà. Sul colle di

Tzada Hamed, il generale Baratieri si gettò

personalmente nella lotta al grido di " Viva

Savoia". Spronati dal suo esempio, i pochi

uomini rimasti lo seguirono, armati di pietre

e bastoni, gridando " Viva Baratieri".

L'ufficiale raggiunse Adi Cahiè con i superstiti

la mattina del 31 Marzo. Li scrisse la prima

relazione sulla battaglia sottolineando le gravi

perdite: 262 ufficiali, 3772 soldati, 2900 ascari

e 2000 prigionieri. Baratieri segnalò anche le

spaventose perdite di Menelik ( 30.000 uomini

tra morti e feriti), ma nessuno ne volle tenere

conto. Baratieri che era stato sostituito dal

generale Baldissera, Bersagliere anche lui,

fu arrestato e condotto all'Asmara, dove il

5 Giugno venne processato"per abbandono

di posto, codardia, e inettitudine di comando".

Benchè l'avvocato militare avesse chiesto il

massimo della pena, il tribunale lo assolse

"per inesistenza di reato", segnandolo però

con una grave condanna morale quale

"elemento al di sotto delle esigenze della

situazione".

 

 

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