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Ostilità e Perdono

di Pino Locati

Come spiegare il continuo furoreggiare della violenza e dell’odio nelle zone martoriate dell’Africa? Non esiste davvero più alcuna forma di ragionevolezza che permetta ai fautori delle guerre fratricide di guardare la realtà con occhio umano, permettendo alle persone, alle famiglie, di respirare con sollievo? Senza il terrore della morte sempre davanti agli occhi?
Il richiamo alla Parola di Dio nella Bibbia aiuta a riflettere. A capire che è proprio lo Spirito del Signore ad infondere nell’animo di molti africani sconosciuti la forza del perdono. E a suggerire loro, come alle Donne del Movimento per la Giustizia e la Pace, il modo per porre fine alle stragi.

 

Un secolo di olocausti

Sono sufficienti i disastri causati da forti piogge o da tempeste improvvise per rendere l’immagine di un campo devastato. La furia dei venti e delle acque lascia uno spettacolo desolato, sciupato, triste, senza colori e senza profumo di terra e di frutti. Proprio come avviene nell’animo umano disteso e sereno, quando un’improvvisa ondata di ostilità lo trafigge e dissecca. O alla maniera con cui la guerra si abbatte su di un popolo, lo travolge e distrugge.
E’ molto triste che accanto ai computer, alla tecnologia avanzata, alla conquista dello spazio, ai grandi progressi tecnologici, questo secolo porti con sè la qualifica di secolo dei genocidi e dei massacri. In tutti i paesi del mondo e limitandoci solo agli ultimissimi anni, ci sono intere masse di uomini, donne e bambini, costretti a pagare con il sangue la loro testimonianza di fede o addirittura la semplice appartenenza ad un popolo. In America Latina si può andare dal Cile all’Argentina, dal Nicaragua al Salvador, dal Perù al Guatemala per finire agli squadroni della morte operanti nelle campagne e nelle metropoli del Brasile.
L’Asia non è da meno con i massacri di intere folle di civili compiuti dai Khmer rossi in Cambogia, dai Viet-cong e statunitensi nel Vietnam, gli sfollati e gli uccisi a causa di Mao-tse-tung, i massacrati in India, in Birmania, nel Tibet, in Afghanistan. Per l’Europa basta ricordare Bosnia ed Erzegovina. Ma c’è anche l’Irlanda del nord, la provincia basca in Spagna.
Noi stiamo pensando con dolore all’Africa. Fino a quando dureranno i massacri tribali? Perchè tanta violenza nel continente nero?

 

L’odio come rifiuto totale

L’odio che sta alla base di ogni violenza e arriva a volte alle più efferate forme di omicidio, può nascere da un senso di gelosia, di invidia, da un risentimento non controllato. Nel I libro di Samuele si legge che dopo la vittoria di Davide sul gigante Golia, Saul si ingelosì. E fu come se un cattivo spirito sovrumano si impadronisse di lui che incominciò a delirare... a desiderare la morte di Davide. Per gelosia. E la gelosia può diventare furiosa anche nei confronti di persone obiettivamente non colpevoli com’era accaduto in Caino. “Andiamo in campagna” aveva detto al fratello. “Mentre erano in campagna, Caino alzò la mano contro Abele e lo uccise”.
Il rifiuto generato dall’odio può essere contagioso, come nel caso di Giuseppe, il figlio prediletto di Giacobbe. “I fratelli complottarono di farlo morire. Ecco il sognatore. Uccidiamolo e gettiamolo in qualche cisterna!”. Fu solo grazie alla titubanza di Giuda, il fratello maggiore che egli ebbe salva la vita. L’odio, partendo dal cuore dell’uomo, può influenzare altri, diventare forza collettiva, odio etnico, di nazione contro nazione, di popolo contro popolo. Molto significativa la delibera del faraone d’Egitto: “Ogni figlio maschio che nascerà agli Ebrei, lo getterete nel Nilo”. E’ un desiderio di genocidio. Non molto dissimile dalla ferocia di Erode, quando manda i soldati ad uccidere i bambini di Betlemme e dintorni.
Paura, gelosia, invidia possono creare un risentimento che porta all’odio. E quale peso può avere il risentimento di coloro che si sono visti uccidere parenti ed amici per desiderio di vendetta, per odio tribale.

 

Vendetta, giustizia o dialogo?

La vendetta, per chi è stato gravemente offeso o si ritiene tale, è una specie di compensazione, un bisogno di ristabilire l’uguaglianza. Viene sentita come una normale forma di giustizia.
“Molta gente, all’interno del paese, come tra i rifugiati, scrive Geneviève Mukandekezi dal campo di Mugunga (Zaire), parla di vendetta. Le sofferenze, le umiliazioni, la perdita dei parenti, sono troppo grandi. Pensano che solo la vendetta possa alleggerire il loro dolore. Vendetta sulle famiglie dei presunti massacratori. Bisogno quindi di nuovi attacchi. Ma una simile prospettiva non fa che aggravare la spirale della violenza. Il nostro paese l’ha ormai subita al punto da constatare che la violenza non può che generare violenza”.
La vendetta è un circolo chiuso. Può addirittura scatenare un meccanismo perverso, una forza malsana. “Ho ucciso un uomo per una scalfittura e un ragazzo per un mio livido, si gloriava Lamek nella Genesi. Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamek settantasette!” La vendetta scavalca facilmente la giustizia, godendo di far soffrire l’aggressore o chi per lui.
Il senso di giustizia può essere accreditato come ragionevole in certe circostanze. “Nel nostro paese - scrive Geneviève - i politici puntano tutti sul fattore giustizia. Perchè sarebbe stata proprio l’impunità a favorire l’estendersi della violenza. Solo una giustizia esercitata nei confronti di tutti coloro che hanno partecipato ai massacri permette di ridare alle vittime la propria dignità. Ed essa è considerata come preliminare indispensabile alla riconciliazione. Ma come può essere giusta questa giustizia? - si interroga accoratamente Geneviève. Come eviterà di essere una forma di repressione dei vincitori sui vinti? Come potranno i giudici avere la serenità necessaria per formulare sentenze valide nei confronti degli autori dei massacri, chiunque essi siano e liberare quelli che sono accusati ingiustamente? Come troveranno i mezzi per perseguire rapidamente coloro che hanno incriminato, e le decine e decine di migliaia di persone che si trovano in prigione attualmente?”
Una rinuncia alle ostilità, che sia convinta e fattiva è tanto difficile. Implica la speranza di un cambiamento che appare impossibile a gente che ha troppo sofferto e troppo a lungo. La gente non può decidere in proprio e non può fidarsi degli altri. Non ha neppure più la forza di reagire. “Eppure tra i rifugiati molti pensano al dialogo”, sottolinea Geneviève. “Si rammaricano perchè il governo di Kigali lo rifiuta. Ma il dialogo è spesso recepito come una requisitoria nei confronti del regime di Kigali, può nascondere un bisogno di spartizione del potere che dimentica tutte le sofferenze delle due parti. Un dialogo vero esige il rispetto dei dialoganti, un minimo di fiducia reciproca e la convinzione che si possa dare il via ad un progetto comune. Perchè si possa creare un clima di dialogo, è necessaria tutta una serie di tappe preparatorie”.

 

Spazio per il perdono e la riconciliazione

C’è chi sogna “la riconciliazione del popolo ruandese con se stesso”, afferma ancora Geneviève. Ma anche la riconciliazione è considerata come oblio delle vittime e delle loro sofferenze. Come una nuova spartizione della torta. Eppure ci sono persone coraggiose che hanno iniziato un vero cammino di perdono, cercando di dare credibilità a coloro che sono all’origine delle loro sofferenze. Tutti i tentativi possono contribuire, esclusa la vendetta, a spezzare la “demonizzazione” reciproca, creando un minimo di fiducia.
Volontà di giustizia, dialogo, riconciliazione e perdono: mezzi apprezzabili. A patto che la menzogna o la mascherata volontà di repressione nel loro utilizzo, vengano pubblicamente denunciate. Nessuna manipolazione, nessun rigetto sulla strada della riconciliazione porterà a qualcosa”.
E’ difficilissimo, impossibile, immedesimarsi nello stato d’animo di chi ha tanto sofferto. Anche accostandosi con grande rispetto, si rimane estranei. Ci può aiutare qualche riflessione sull’atteggiamento di Gesù nei confronti dei nemici. Dopo la lettura di un passo di Isaia che lo riguardava, Gesù aveva fatto osservare ai suoi compaesani che Dio aveva mandato il profeta Elia solo ad una povera vedova di Sarepta. E fra i tanti lebbrosi era stato guarito solo Naaman, uno straniero. “Sentendo queste cose, i presenti nella sinagoga si adirarono e, alzatisi, spinsero Gesù fuori del villaggio. Lo trascinarono fino al monte di Nazaret e avrebbero voluto farlo precipitare giù. Ma Gesù passò in mezzo a loro e se ne andò”. Magnifico questo passaggio solenne, silenzioso, di Gesù attraverso la reazione adirata e furiosa dei suoi compaesani. Com’è straordinario lo spazio interiore che riserva a Giuda quando “accompagnato da molti uomini armati di spade e bastoni” si fa avanti salutandolo e baciandolo nel segno del tradimento. Anche in quel momento Gesù lo guarda: “Amico...” Gesù ha senz’altro comunicato qualcosa di sè, dei suoi atteggiamenti interiori a Michel Kayoya, sacerdote burundese arrestato a Gitega la notte del 13 maggio.
“Quando entrò Kayoya in prigione, racconta uno studente sfuggito alla strage, riuscì a farci cantare. ‘Andiamo alla casa del Padre’ diceva. Prima dell’esecuzione (17 maggio) consegnò la stola ad un soldato pregando: Portala a Monsignore, perchè è una cosa sacra”.
Fucilato assieme agli altri vicino al fiume Ruvubu, venne sepolto in una delle fosse comuni. Un testimone ricorda: “Prima dell’esecuzione cantò il Magnificat ed ebbe per gli uccisori parole di perdono”.
Paul Nitrampera, un altro sacerdote burundese, preso dai soldati tutsi a Gisanze, venne caricato a spintoni sull’auto. Chiese il permesso di andare a mettersi i suoi vestiti migliori. “Perchè oggi è la mia festa”, disse. Avrà avvertito quel sentore di solennità che provò anche Gesù quando entrò per l’ultima volta in Gerusalemme? Venne barbaramente ucciso poco dopo.
Anche nella dichiarazione scritta e firmata da Caridad Alvarez Martin ed Ester Paniagua Alonso, due suore spagnole uccise ad Algeri si avverte ciò che lo Spirito di Cristo comunicava loro. “Non possiamo limitarci semplicemente a decidere se restare o andarcene dal paese; ciò a cui siamo chiamate è scegliere nuovamente il ritmo pasquale di morte e di vita, per Gesù Cristo e il suo messaggio. Se uccideranno me o qualche altra religiosa, non saremo uccise come persone ma come Chiesa. Per noi restare qui significa vivere la nostra vocazione; a volte abbiamo paura, ma nel Signore troviamo la forza. Vogliamo essere segno di perdono nel clima di odio e rancore che ora esiste. Desideriamo aiutare tutti a scoprire il valore del dialogo, a chiedere e offrire perdono a tutti”. Le suore furono trucidate due settimane dopo.

 

Per i suoi compatrioti

Non pensò certo a commisurarsi con i vincitori o i vinti, Epifanie, una giovane di 25 anni che diede la vita per i suoi compatrioti. Di tutte due le parti. Era responsabile di un gruppo giovanile e impegnata in un progetto francese di conduzione d’acqua. Aveva animato la messa dei giovani con un entusiasmo insolito il 21 ottobre 93. Ma subito dopo, la costernazione. La radio informava dell’uccisione del presidente Ndadaye e del colpo di stato. La gente, molto impressionata, tornava a casa in tutta fretta. Il giorno seguente, dopo la messa, affluiscono alla chiesa persone da tutte le parti, bagagli in testa ed un’enorme paura dipinta sul volto. Chiedono di poter rimanere in parrocchia. La maggior parte sono tutsi: funzionari, insegnanti, infermieri. Poi dalle colline scende gente di ogni etnia, sono per lo più dei coltivatori. Epifanie si dà da fare per sistemare i profughi, curare l’igiene. Ci sono voci di tutsi uccisi e quelli rifugiati in parrocchia non osano lasciare il nascondiglio. Epifanie corre al mercato per procurare loro qualcosa da mangiare. Viene minacciata di morte: lei, hutu, non deve aiutare i tutsi. Consigliata di non esporsi al pericolo, sorride. Chiede di poter nascondere ancora delle persone. Si sente dire che giovani molto arrabbiati verranno in parrocchia a scovare ed uccidere i tutsi. Sono molte le persone che devono la vita ad Epifanie.
Una messa per la pace il pomeriggio di domenica 24 e lunedì 25 Epifanì è ancora al lavoro prestissimo. Disinfetta i locali sovraffollati per evitare epidemie e poi...i rifugiati non hanno nulla da mangiare! Va al mercato. Arrivano improvvisamente, nelle vicinanze, durante la sua assenza dei soldati. Si sente un colpo di fucile. La vittima è Martin un insegnante. Poco dopo un colpo ancora. A chi hanno sparato? Passa del tempo. Poi arriva Oliva, la sorella, in lacrime: “Epifanie è morta. L’hanno uccisa!” Si precipita anche la madre: “No, non è morta, ma è gravemente ferita. Chiede un prete”.
Risponde al saluto con un sorriso e con molto sforzo: “Affinchè tu lo sappia, coloro che mi uccidono io li perdono”.
Esprime il desiderio di morire vicino alla missione, non vuole dare troppo dolore a sua madre rimanendo in famiglia. Soffre molto ma non fa che pregare. Sola, con il sacerdote, con chi le fa visita. Offre la sua vita per il Burundi. Per coloro che uccidono. Perchè ritorni la pace. Solo il giorno seguente si trovano persone disponibili a portarla all’ospedale provinciale di Kayanza, a due ore di marcia. Un’ambulanza la trasporta a Ngozi e poi all’ospedale di Kilemba, dove muore. Per i suoi compatrioti. Epifanie: “manifestazione” concreta, come dice il suo nome, che “non c’è amore più grande di quello cha dà la vita per i propri amici”.

 

Il perdono dei superstiti

Si può quasi avere l’impressione choccante che sia più facile perdonare di fronte alla morte. Padre Carlo Isaia Bellomi ha raccolto testimonianze toccanti tra i sopravvissuti. Incoraggiano anche tutti noi alla speranza e alla fiducia: lo Spirito del Signore non abbandona gli uomini.