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Comunità arabo-cristiane in Medio Oriente e il futuro delle società arabe del Medio Oriente. 

di Maurice Borrmans

Nei paesi arabi del Medio Oriente a maggioranza musulmana, ci sono comunità cristiane risalenti alla predicazione apostolica, quindi a 6-7 secoli prima della conquista musulmana.
Etnicamente i due gruppi religiosi appartengono allo stesso popolo, parlano la stessa lingua e condividono la stessa cultura. La convivenza pacifica di molti secoli ha favorito un arricchimento reciproco. 
Sulla situazione attuale delle comunità arabo-cristiane, ci parla P. Maurice Borrmans, insegnante di islamistica al PISAI di Roma, grande esperto dei rapporti islamo-cristiani.

 

Innanzitutto un breve richiamo alla complessità culturale della civiltà araba che storicamente si è affermata a Medina e poi a Damasco, prima di sbocciare a Baghdad e a Cordova, per sopravvivere successivamente nelle province mediorientali dell’impero ottomano e rifiorire con il Rinascimento arabo, a partire dalla fine del secolo scorso.
Ebbene, è in questo contesto che le comunità cristiane arabe hanno partecipato all’edificazione di una cultura di cui sono state e sono ancora, con i musulmani, gli autori e i beneficiari.
La nascita nel mondo arabo di stati moderni e le loro esigenze amministrative, economiche, culturali e politiche, persino ideologiche, hanno portato spesso queste stesse comunità cristiane, a situazioni differenti per ciò che riguarda la loro partecipazione, a volte tollerata, altre volte desiderata, ad una “società civile”, ovvero ad una “nazione”, dalle strutture costituzionalmente ben definite. 
Quali sono per queste comunità arabo-cristiane la attuali possibilità di realizzare la loro missione storica nel presente quadro degli stati arabi?

 

Le comunità arabo-cristiane e la loro missione evangelica

E’ nella fedeltà al loro patrimonio plurisecolare e pluriliturgico - patrimonio che le designa oggi come “testimoni privilegiati dell’originale” riguardo alla fede cristiana - e nella loro solidarietà effettiva con le altre comunità cristiane operanti nei paesi arabi e nel mondo intero, che le comunità arabo-cristiane d’Egitto e del Medio Oriente devono vivere la loro missione evangelica all’interno delle società arabo-musulmane contemporanee, dall’Oman alla Mauritania, dalla Siria alla Somalia. E’ là che si realizza la loro attuale vocazione, come riconosceva la Lettera pastorale dei Patriarchi Cattolici d’Oriente, in occasione del Natale 1994: “Le nostre relazioni con l’islam e i musulmani costituiscono un aspetto specifico e fondamentale delle nostre chiese, nel quadro della chiesa universale (...) Vi ricordiamo quanto abbiamo già detto nella nostra precedente lettera: “Il nostro dialogo è prima di tutto un dialogo con i nostri fratelli musulmani. La nostra vita in comune durante lunghi secoli rappresenta una esperienza fondamentale e inalienabile. 
Essa rientra nella volontà di Dio per noi e per loro”. Vorremmo dunque fare tutto il possibile per incoraggiare questa coesistenza (...) e impegnarci sulle nuove vie richieste dai molteplici cambiamenti e dalle sfide attuali”.

 

Convivenza difficile
Comune arricchimento

Delle difficoltà sono sempre esistite nel corso della “storia comune che ha unito cristiani e musulmani nell’Oriente arabo” e che li ha visti “riunirsi in quell’unico crogiolo che è la civiltà araba, per quanto ciascuno abbia conservato la specificità del proprio patrimonio”. 
Tali difficoltà hanno causato, in alcune epoche, “tendenze al fanatismo, confessionalismi estremisti e guerre religiose”: perciò nella citata Lettera pastorale del 1994, i Patriarchi Cattolici chiedono di “tenerne conto al fine di farne la diagnosi e di trovarvi rimedio (...) perché chi non si riconcilia con tutto il suo passato rimane incapace di affrontare in maniera adeguata il presente e l’avvenire”. 
I Patriarchi continuano dicendo: ”L’incontro islamo-cristiano si è mostrato, in passato, a un duplice livello, culturale e popolare. Al livello culturale vi è stata collaborazione fra gli eruditi musulmani e cristiani. Essi lavorarono fianco a fianco e gettarono le basi di una civiltà comune: quel patrimonio costituisce la nostra gloria, poiché è una delle fonti del nostro radicamento (...) e il patrimonio arabo-cristiano è l’aspetto luminoso di quella fecondità culturale, nelle diverse chiese cristiane, all’ombra della civiltà araba (...) 
A livello popolare i cristiani e i musulmani si sono integrati in una stessa società e si sono spartiti “il pane e il sale”(...) Sollecitati da valori comuni e uniti da sistemi di vita tipici, hanno sviluppato consuetudini e tradizioni che tuttora caratterizzano la società attuale, senza alcuna distinzione fra musulmani e cristiani”.

 

L’urgenza del presente: corresponsabilità

A tutto ciò si aggiungono oggi gli “appelli del presente” sotto forma di una “corresponsabilità comune”, tanto che i cristiani sono invitati “a liberarsi dei complessi sociali e psicologici trasmessi dalla storia. 
Essi devono trovare nella fede la maniera di liberarsi di tutto ciò che impedisce loro di accettare e di incontrare l’altro. La loro presenza diventa allora un impegno positivo, sincero e deciso, nella vita delle rispettive società”, indipendentemente dal fatto che si tratti della società civile o di quella religiosa, due campi dei quali occorre ora precisare le poste in gioco e le prospettive.
La società civile, in tutti i paesi arabi, esige più che mai la partecipazione leale ed efficiente di tutte le comunità cristiane che sono in essa radicate, in modo che essa sia realmente una “società araba egualitaria” o, almeno, intercomunitaria, e che non ceda alle tentazioni di un’applicazione integrale della legge islamica (sharia), come aspirerebbero a fare i movimenti islamisti contemporanei. 
Da più di un secolo i cristiani arabi, grazie ai loro meriti e alle loro lotte, sono passati dallo statuto di “protetti”(dhimmi) a quello di cittadini (muwatana): dipende da loro che la società civile ne prenda atto in tutti i campi culturali, familiari, giuridici, economici e politici, realizzando con tutti e per tutti un pluralismo rispettoso di ogni comunità esistente, secondo lo spirito delle più recenti Dichiarazioni dei Diritti dell’Uomo.
E’ anzitutto sul piano della cultura araba che le comunità cristiane devono impegnarsi energicamente, proseguendo nello sforzo sostenuto con successo da più di un secolo in Medio Oriente come nel Maghreb: esse sono infatti destinate a essere specificamente le testimoni dell’”originale” e dell’apertura, così come lo furono al tempo degli omàyyadi (califfi che regnarono fino al 750 con sede a Damasco) e degli abbàssidi (dinastia di califfi dal 749 al 1258 con residenza a Bagdad), allorché arricchirono, la nuova cultura araba con l’apporto della eredità ellenistica grazie alle traduzioni dal greco al siriaco e poi all’arabo.

 

Ricerca comune nella scuola e in ogni forma di cultura

Vi sono prima di tutto le istituzioni scolastiche cristiane che, dalla scuola materna fino all’Università, hanno meritato ovunque riconoscimenti e si sono guadagnate la fiducia di numerose famiglie musulmane. 
Inoltre i cristiani devono cercare di essere presenti nell’insegnamento ufficiale - nelle scuole e nelle Università dello stato - poiché conviene introdursi nel seno stesso dello sforzo educativo della società complessiva, dopo aver provveduto a rafforzare con l’insegnamento privato il rispetto pluralista dell’educazione religiosa di ognuno: a questo punto sarà più facile esigere e gestire l’educazione religiosa per gli alunni cristiani che frequentano le scuole dello stato e fare in modo che i testi scolastici siano l’espressione di una comune appartenenza alla patria araba e non a una comunità religiosa determinata. 
L’obiettivo ideale è infatti la completa informazione di ognuno sul contenuto della fede, del culto, della morale e dell’ideale spirituale degli altri. Va comunque rilevato che molti sforzi sono stati già compiuti in tal senso.
Ma accanto all’insegnamento di base e alla formazione professionale con cui le comunità cristiane devono preparare le future generazioni arabe a lavorare e a ricercare assieme - con i cristiani e musulmani egualmente desiderosi di impadronirsi delle tecniche e di accostarsi alla verità della natura, dell’universo e di Dio - vi è il campo immenso della cultura in tutte le sue espressioni scientifiche, letterarie ed estetiche. Per prima cosa, i cristiani arabi potrebbero incrementare la loro partecipazione ai gruppi e alle associazioni che operano in tutti questi campi e che, attraverso numerose case editrici, pubblicano i loro lavori in varie lingue straniere. 
Le riviste non mancano nel mondo arabo, e le comunità cristiane dovrebbero sviluppare, accanto ai loro bollettini religiosi, i motivi di interesse per la pubblicazione di periodici di più ampia diffusione, già esistenti. E’ del resto vivamente auspicabile, dato lo sviluppo straordinario dispiegato oggi dall’editoria nei paesi arabi, che si dia inizio ad un ampio lavoro di traduzioni per far entrare le letterature europee e la spiritualità cristiana nel mondo dei musulmani, i quali non dispongono che della loro cultura araba e non possono dunque, come i loro correligionari bilingui, avere accesso diretto alle culture straniere.
Testimoni dei valori umanistici che si radicano nella fede in Dio, le comunità arabo-cristiane hanno, in questo campo, una funzione insostituibile: fare in modo che la cultura araba moderna venga ad avere una sua dimensione cristiana come essa ha la sua dimensione musulmana.

 

Puntare sui comuni valori della famiglia

La famiglia e i suoi valori di vita, di solidarietà e d’amore dovrebbero analogamente essere difesi e promossi dalle comunità cristiane dei paesi arabi. I recenti sviluppi delle società cosiddette “permissive” costituiscono una sfida e un pericolo per l’unità e la stabilità della famiglia dovunque nel mondo. A tale proposito i Patriarchi cattolici affermano:”La famiglia è il primo canale di comunicazione fra la società e gli individui. Essa è l’intermediario culturale fra i due. Parte integrante della società, la famiglia vi attinge i valori e i concetti positivi e negativi e li trasmette ai suoi figli, che li assimilano senza discussione e che trovano in essi la strada per integrarsi nella società”.
E’ una verità ‘proclamata dalle Costituzioni degli stati arabi e dalle Dichiarazioni dei Diritti dell’Uomo nell’islam. Se è vero che il diritto musulmano, che si ispira al Corano e alla “Sunna” (significa “tradizione”: è un testo che contiene i detti e i fatti della vita di Maometto che non sono entrati nel Corano), autorizza una poligamia limitata, a certe condizioni, e sembra facilitare i ripudi, è altrettanto vero che l’evoluzione sociale e il riformismo giuridico dei paesi arabi tendono a garantire alla famiglia la sua unità (monogamia) e la sua stabilità (controllo o abrogazione del ripudio, regolarizzazione del divorzio) e prendono sempre più in considerazione i diritti del bambino. 

 

Assieme, per un giusto equilibrio fra tradizione e modernità

Sarebbe dovere delle comunità arabo-cristiane proporre un modello di famiglia che tenga conto dei valori tradizionali (solidarietà orizzontale e verticale in seno alla famiglia stessa), e delle richieste della famiglia moderna (promozione della donna, personalizzazione di ciascuno, importanza della coppia), lungi tanto dalle pressioni ingiuste di un patriarcalismo anacronistico quanto dagli eccessi disordinati di un individualismo esasperato.
I musulmani hanno, come i cristiani, un insieme di valori che questi ultimi farebbero bene ad applicare e a difendere per il bene di tutti: salvaguardia della famiglia, rifiuto delle deviazioni chiamate fornicazione e adulterio, paternità e maternità responsabili (anche se i musulmani accettano tutti i metodi di controllo delle nascite), condanna di qualsiasi forma di aborto e di eutanasia. 
E’ quindi auspicabile che numerose famiglie cristiane collaborino con famiglie musulmane sane e unite, entro associazioni tra famiglie in cui i vincoli di amore, di servizio e di sacrificio siano vissuti in un clima di ardente emulazione umana e spirituale. 
Ciò è ancor più importante a causa dell’attuale aumento dei matrimoni misti fra cristiani e musulmani: i drammi che ne possono scaturire, soprattutto nei numerosi casi di insuccesso dell’unione, non devono far trascurare le possibilità di successo allorché i valori familiari comuni siano vissuti nel rispetto delle tradizioni religiose degli sposi.

 

Verso una legislazione pluralista.

Anche sul piano giuridico i cristiani arabi dovrebbero far sentire maggiormente la loro presenza. 
Da molto tempo le loro comunità godono, nel Medio Oriente, di un’autonomia relativa per lo statuto personale e per il diritto di famiglia, anche se alcuni sviluppi recenti potrebbero rimettere in discussione tale autonomia. 
Difatti alcuni stati tendono a unificare la loro legislazione, in senso laico o religioso, e la stessa Lega Araba si sforza, da una decina di anni, di dare agli stati che la compongono un Codice di famiglia unico: sarebbe bene che anche le comunità arabo-cristiane chiedessero una legislazione pluralista che rispettasse i loro valori specifici e garantisse soprattutto i diritti della donna e del bambino.
Tali comunità dovrebbero anche ricordare alle giurisprudenze nazionali il vantaggio di attenersi alla “legge del contratto matrimoniale originario”, quando alcune persone sposate passano ad una religione diversa e quindi ad un altro statuto personale più “permissivo”, e la necessità di includere nell’esercizio della libertà religiosa quella di convertirsi ad un’altra religione senza incorrere negli effetti drammatici del delitto di apostasia. 
Riassumendo, sul piano della giurisprudenza conviene sviluppare un’interpretazione delle leggi che non sia più “confessionale”.

 

Per un giusto rapporto tra religione e politica

Quanto al piano politico, è evidente che le comunità arabo-cristiane devono adattarsi alla nuova struttura delle loro rispettive società, senza pretendere di realizzarvi una laicità “all’occidentale” e senza sottomettersi con rassegnazione ad un “ordine islamico” di tipo medievale. 
La partecipazione di tutti i cittadini alla vita pubblica dello stato moderno, conformemente a tutte le recenti Dichiarazioni dei Diritti dell’Uomo, presuppone, secondo il pensiero dei Patriarchi cattolici nella Lettera pastorale citata:”l’eguaglianza assoluta fra i cittadini sia per i diritti sia per i doveri, senza alcuna distinzione fondata su convinzioni religiose, politiche, di colore, di razza o di sesso. Tutti devono poter partecipare al progetto nazionale.
E i responsabili devono poter garantire le stesse opportunità di partecipazione a tutti, lungi da ogni considerazione contraria all’interesse della patria”. “La vita pubblica non dovrebbe essere il monopolio di una persona, di un gruppo, di un partito, di una tribù o di una classe”. Per evitare le confusioni possibili generate dallo spirito di parte in ogni ambito e per educare i cittadini di domani ad una giusta distinzione fra religione e politica, bisogna inoltre che i responsabili delle comunità arabo-cristiane sappiano dialogare con quelli degli altri gruppi sociali per elaborare un “modus vivendi” tale che “la religione non sia soggetta alla politica e che la politica non adulteri la religione”. Infatti i Patriarchi ricordano che “i cristiani desiderano essere considerati cittadini nel pieno senso del termine e non una minoranza che domanda protezione”.
D’altra parte, la società religiosa nei paesi arabi, aspetta dalle comunità cristiane un impegno rinnovato per una comunanza attiva fra le chiese cattoliche, per un ecumenismo religioso con le chiese sorelle e per un dialogo interreligioso coraggioso, soprattutto fra cristiani e musulmani.

 

Rinnovate possibilità di dialogo

Fra le comunità cattoliche del Medio Oriente, in collegamento con la Congregazione romana per le chiese orientali, la collaborazione non è mai mancata. 
La chiesa maronita, la chiesa greco-melchita, la chiesa copta cattolica, la chiesa siro-cattolica, la chiesa armena cattolica e la chiesa caldea (cattolica) hanno sempre lavorato in forma sinodale (cioè assemblee che trattano problemi religiosi) nel quadro del mondo ottomano, poi arabo, mentre uno stesso Codice di diritto canonico per le chiese orientali è stato l’elemento coordinatore fra loro nel corso del Novecento.
La collaborazione ormai più profonda fra le comunità cristiane nei paesi arabi dovrebbe facilitare il dialogo con i musulmani di ogni tendenza ideologica e anche con gli ebrei della regione, nonostante la lentezza del processo di pace nel Medio Oriente, i conflitti interni che conoscono l’Iraq, l’Egitto, l’Algeria e il Sudan, e le dichiarazioni ripetute di un fondamentalismo islamico che non esita di ricorrere alla violenza “nel nome di Allah”.
Era dunque opportuno che i Patriarchi cattolici d’Oriente insistessero di nuovo sulle rinnovate possibilità di un dialogo costruttivo fra cristiani e musulmani, ricordando che gli uni e gli altri sono “insieme dinanzi a Dio per il bene dell’individuo e della società”. 
L’esperienza della storia co-mune ai musulmani e ai cristiani, nei paesi arabi, con i suoi aspetti positivi e negativi, dovrebbe illuminare la riflessione presente: numerosi sono stati i colloqui islamo-cristiani che hanno cercato di fare un bilancio e di trarne insegnamenti per il giorno d’oggi. 
Tutti gli uomini del dialogo sono d’accordo nel rifiutare le discriminazioni ingiuste e i confessionalismi separatisti, le polemiche sterili e i proselitismi aggressivi. 

 

Essere all’altezza della missione

In conclusione, le comunità cristiane che vivono in comunanza di destino con i musulmani dei paesi arabi, sia quelle radicate nel Medio Oriente come quelle che vivono in maniera precaria nel Maghreb, nella penisola araba o nel Sudan, hanno il dovere di essere all’altezza della missione che è loro propria, in accordo con la chiesa universale. 
La società civile, negli stati arabi, ha il diritto di aspettarsi da loro una partecipazione intelligente ed efficiente sul piano dell’educazione e della cultura, un sostegno coraggioso dei valori familiari comuni, un apporto originale del pluralismo giuridico e un impegno discreto ma reale nell’attività economica e politica, per il bene comune. Ciò sarà possibile se queste comunità avranno il triplice coraggio di vivere integralmente la comunione fra loro, di cercare generosamente la riconciliazione ecumenica con le chiese sorelle e di promuovere con intelligenza un dialogo costruttivo con tutti i musulmani, le persone e le istituzioni.
“Il vasto mondo arabo-musulmano è un mondo amato da Dio, di un amore unico che vuole la sua salvezza. Ed è alle comunità cristiane disseminate in mezzo ad esso che Dio affida questa porzione di umanità perché esse vi rappresentino un segno del suo amore misericordioso. Questo mondo ci è dato in eredità e noi ne siamo responsabili davanti a Dio e davanti agli uomini” (P. Rafiq Khoury, prete cattolico palestinese).