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Africa: Allarme per i popoli indigeni

di Marco Trovato

Molti e gravi sono i problemi dell’Africa d’oggi, ma ce ne sono alcuni che rischiano di passare inosservati.
Fra questi c’è certamente quello di popolazioni indigene, di antiche tradizioni e culture, non solo per epurazioni razziali o di carattere religioso, ma anche a causa di cosiddetti progetti di sviluppo che non tengono conto di realtà umane locali.

 

E’ allarme per i popoli indigeni africani. Quando non sono minacciati di scomparire fisicamente o culturalmente, vengono sfrattati dalle loro terre tradizionali per far spazio a dighe, oleodotti e parchi nazionali.
Incalzati dalla deforestazione e perseguitati dal razzismo, vengono decimati da malattie per le quali non hanno difese immunitarie. 
La storia è quella di sempre, ma l’attualità ha portato alla ribalta vicende sconcertanti, ignorate dal distratto circolo dei mass media. 
A riproporre con forza la problematica ci ha così pensato Survival International, l’organizzazione mondiale che dal 1969 sostiene le popolazioni tribali affinchè vengano riconosciuti loro i diritti umani fondamentali (la sezione italiana si trova a Milano, tel. 02/8900671).

 

Marginalizzazione e “pulizia etnica”: dramma dei Tuareg e dei Nuba

Alcuni drammi partono da lontano, come quello dei Tuareg, i nomadi del Sahara centrale. I leggendari “uomini blu” tanto cari alle iconografie occidentali, sono considerati una minaccia dai governi africani e continuano ad essere oggetto di persecuzioni e repressioni. Sono in totale circa un milione, distribuiti tra Niger, Mali, Burkina Faso, Algeria e Libia, e ovunque sono vittime di oppressioni e marginalizzazione. 
Gli accordi stipulati per risolvere le controversie territoriali appaiono fragili e così l’insofferenza tuareg si fa sempre più preoccupante: recentemente si sono registrate nuove ribellioni regolarmente sedate nel sangue.
Non meno drammatica è la situazione dei Nuba, un gruppo etnico culturalmente molto vivace, insediato sulle montagne del Sudan centrale. 
Tradizionalmente non musulmani, essi sono perseguitati dal regime integralista di Kartum che vorrebbe arabizzare tutto il paese. 
Vittime di una guerra che dura da anni, i Nuba sono presi tra due fuochi dell’esercito regolare e quello dei ribelli che si oppongono all’islamizzazione forzata. 
Ben che il governo abbia chiuso i loro territori per impedire ogni contatto con il mondo esterno, dalla zona continuano a pervenire notizie atroci di torture, deportazioni di massa e massacri. Sotto la copertura di una guerra civile e religiosa, si cela un vero e proprio processo di “pulizia etnica”.

 

La deforestazione, dramma per i Pigmei e i Boscimani

Più a sud continua il dramma dei Pigmei, un tempo incontrastati padroni delle foreste pluviali dell’Africa subsahariana. L’avanzata degli insediamenti e delle stazioni commerciali sta restringendo pericolosamente il loro spazio vitale e disboscando e impoverendo il loro habitat. 
Oggi le popolazioni bantu li hanno praticamente accerchiati, riducendoli sovente ad una umiliante schiavitù (particolarmente preoccupante è la situazione dei Pigmei Bambuti nella foresta dell’Ituri, nel Congo ex Zaire e dei Pigmei Twa del Rwanda).
Stessa sorte per i Boscimani in Botswana, Sud Africa e Namibia. Erano i cacciatori nomadi del deserto del Kalahari. Oggi lavorano sottopagati negli allevamenti di bestiame che sono sorti in quelle che erano le loro terre. I pochi che ancora mantengono uno stile di vita “tradizionale” nelle riserve sono trattati alla stregua della fauna per attrarre i turisti.
Per la verità sono numerosi i casi di popoli tribali allontanati dalle loro terre, o minacciati di sfratto, in seguito alla creazione di parchi e aree protette: così impone la mentalità neocoloniale imperante in un certo tipo di ambientalismo.

 

La realizzazione di riserve di animali. Una minaccia per i Maasai

In Kenya un gruppo di Maasai è coinvolto in una controversia per la terra con il Consiglio di contea. 
Al centro della disputa è la foresta Naimina Enkiyio, considerata sacra dai Maasai Loita. Il Consiglio ha proposto di trasformarla in una riserva per animali, che escluda i Maasai e il loro bestiame.
La stessa sorte era toccata ai Maasai della Mkomazi Game Reserve, nel nord della Tanzania. Per fare spazio al nuovo parco, essi erano stati “trasferiti” con la forza in un territorio di terra arida tra la riserva e il monte Pare. 
Nella nuova terra la scarsa vegetazione è stata presto divorata dagli animali, gran parte del bestiame è morto e i Maasai sono stati decimati da malattie e fame.

 

Gli Himba della Namibia, minacciati dal progetto di una diga

Come se tutto ciò non bastasse, Survival International ha lanciato un nuovo allarme per gli Himba, pastori e allevatori della Namibia. 
La loro tranquillità e prosperità è minacciata da un piano governativo che prevede la costruzione di una diga sul fiume Kunene, linfa vitale di questo popolo.
Il vasto progetto idroelettrico porterà strade e cantieri, stravolgerà gli equilibri ambientali e impedirà il libero movimento degli Himba e dei loro greggi. 
Contro questa minaccia, i capi Tjavara e Kapika hanno viaggiato nei mesi scorsi per tutta l’Europa chiedendo ai vari governi di non finanziare la costruzione della diga e di far pressioni perché il progetto venga accantonato. 
Nel contempo hanno rilasciato dichiarazioni di fuoco: “La diga porterà ricchezza agli altri mentre la nostra vita verrà violentata e sconvolta... Dovranno spararci addosso per strapparci dalla nostra terra”.
Non sarebbe né la prima né l'ultima volta.