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La vita vale più del debito
Campagna per la riduzione del debito estero dei paesi più poveri

di Riccardo Moro

Oggi il peso del debito estero dei paesi poveri è terribile, se raffrontato alle condizioni economiche dei paesi che ne sono gravati, e inibisce le possibilità di sviluppo. Non vi è dubbio, ad una prima e sommaria analisi, che sia una questione che chiama alla solidarietà e alla generosità i paesi più ricchi. Ma una più attenta lettura del Levitico e una analisi non superficiale delle cause che hanno portato all’indebitamento attuale ci mostrano aspetti del problema che non hanno solo a che vedere con sprechi di ieri e patinata generosità di oggi.

 

“Le terre non si potranno vendere per sempre, perché la terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e inquilini. (...) Ciò che è venduto rimarrà in mano al compratore fino all’anno del giubileo; al giubileo il compratore uscirà e l’altro rientrerà in possesso del suo patrimonio. (...) Se un forestiero stabilito presso di te diventa ricco e il tuo fratello si grava di debiti con lui e si vende al forestiero, dopo che si è venduto ha diritto di riscatto (...) facendo il calcolo con il suo compratore e pagando il prezzo del suo riscatto in ragione degli anni che mancano per arrivare al giubileo. (...) Se non è riscattato in alcun modo, se ne andrà libero l’anno del giubileo: lui con i suoi figli. (Lv 25, 23. 28. 47-48. 54)
Con meticolosa chiarezza, assai più articolata di quella che abbiamo raccolto in questa citazione iniziale, il Signore, nel libro del Levitico, ordina al suo popolo di celebrare ogni cinquant’anni un giubileo. L’anno del giubileo è santo e deve essere dedicato a proclamare la liberazione del popolo di Israele. In ragione della importanza e della sacralità di questa festa, le terre, originariamente divise tra le famiglie del popolo di Israele secondo giustizia, dovranno ritornare ai proprietari originari, i debiti andranno cancellati e gli schiavi rimessi in libertà.
Lette oggi le parole vibranti del Levitico appaiono piuttosto inconsuete e difficili da mettere in pratica, immersi come siamo in una organizzazione sociale molto diversa da quella del popolo a cui erano rivolte. La proclamazione dell’anno giubilare per il 2000, viceversa, richiama in modo pressante a questo libro dell’Antico Testamento. La lettera enciclica di convocazione del Grande Giubileo dell’anno 2000, la Tertio Millennio Adveniente, fa riferimento esplicito al Levi-tico non solo per convocare l’Anno Santo, ma anche per collocare in esso alcuni impegni, quali la eliminazione della schiavitù originata dai debiti. Con autorevolezza il papa chiama i cristiani e le nazioni del mondo a vivere il Giubileo del 2000 “come un tempo opportuno per pensare, tra l’altro, ad una consistente riduzione, se non proprio al totale condono del debito internazionale, che pesa sul destino di molte nazioni” (TMA, 51).
L’economia del popolo di Israele era fondata sull’agricoltura. Si viveva dei frutti della terra lavorata dall’uomo e dell’allevamento del bestiame. Quelli che in economia si chiamano fattori produttivi, cioè quegli elementi che concorrono a consentire la produzione dei beni e la erogazione dei servizi, erano due: il lavoro e la terra. Un uomo resistente o laborioso produceva più di uno debole o pigro, una terra fertile rendeva più di una sassosa e secca. La possibilità di produrre stava nella disponibilità dei due fattori produttivi, cioè di braccia e di terra. La economia del tempo scambiava pochi altri prodotti, tutti realizzati attraverso il lavoro umano, quali i manufatti artigianali.
Dunque l’importanza data alla terra dal testo del Levitico era legata al suo ruolo nell’economia, tanto che il ritorno al proprietario originario valeva solo per la terra lavorabile e le case erette in zone agricole, le case all’interno della cinta muraria cittadina potevano esser acquistate permanentemente (cfr. Lv 25, 30-31).
In una economia di questo tipo il Signore dà alcune indicazioni precise. La terra non si può vendere in modo definitivo “perché la terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e inquilini” (Lv 25, 23). Quando la si vende il suo prezzo varia in funzione della distanza dall’anno giubilare, tanto maggiore se il giubileo è lontano, tanto minore al suo avvicinarsi “perché quello che si vende è un certo numero di raccolti” (Lv 25, 16). Se per qualunque ragione ci si trova in povertà e nella necessità di indebitarsi, i debiti vengono rimessi nell’anno giubilare. Se per pagarli si è ceduta al creditore la terra e, nel caso in cui questo non fosse sufficiente, ci si è concessi a lui in schiavitù, al giubileo la terra torna di proprietà, il debito è rimesso ed è resa la libertà.
Rimanendo sul piano economico, e non volendo quindi esaurire con queste note una più ampia e competente esegesi del testo biblico, da queste regole possiamo trarre due indicazioni.
In primo luogo la terra non è nostra, noi ne siamo solo amministratori. In secondo luogo essa è a disposizione di tutti e non si può, se non in modo temporaneo, eliminare qualcuno, sia pure a pagamento, dalla possibilità di disporne. Questo nel linguaggio di oggi significa che il diritto all’accesso ai mezzi di produzione è di tutti. Tutti hanno diritto di disporre dei fattori produttivi. Non si può togliere in modo permanente ad una persona o ad una comunità sociale il diritto di disporre dei mezzi di produzione, il diritto di lavorare!
Nell’economia di oggi l’importanza della terra è praticamente scomparsa soppiantata dall’importanza delle macchine, anche in agricoltura. Si tende quindi a considerare solo i fattori produttivi lavoro e capitale. Peraltro proprio per procurarsi le macchine, il capitale fisico, gli operatori economici utilizzano i risparmi dei consumatori, facendoselo prestare ad interesse. Il mercato finanziario si è così sviluppato che sarebbe impossibile immaginare di cancellare i debiti periodicamente. Si pensi che moltissime persone in tutto il mondo lavorano all’interno del mercato finanziario. Una cancellazione periodica dovrebbe fare i conti con la sospensione del reddito di milioni di persone che fanno un lavoro oggi necessario all’economia. Il monito del Levitico va quindi preso nella sua sostanza più che nella sua lettera.
Se la prima indicazione fondamentale è quella di consentire a tutti l’accesso al lavoro, la seconda è quella che invita a considerare l’uomo superiore all’economia piuttosto che al suo servizio. Gli uomini devono provvedere a garantire meccanismi che consentano di tornare all’equilibrio di equità iniziale. E questo nelle società di oggi dovrebbe essere compito della politica. In particolare poi la remissione periodica dei debiti altro non è che l’affermazione che va garantito ad ogni persona il diritto ad una nuova partenza. Errori o situazioni sfortunate non possono pesare come una schiavitù permanente all’interno della comunità umana. Ogni uomo, anche dopo gli errori più macroscopici deve avere il diritto di ricominciare.
Infine vi è un ultimo insegnamento che possiamo raccogliere, particolarmente attuale. Se la terra deve essere a disposizione di tutti, ciò significa che gli uomini personalmente e collettivamente hanno il dovere non solo di garantirne il godimento a tutti, ma anche alle generazioni future. E’ il grande tema della tutela delle risorse naturali, tanto devastate dalla industrializzazione sviluppata senza regole soprattutto, ma non solo, nel terzo mondo.
E’ da considerazioni di questo tipo che si è fatto riferimento a questa grande tradizione biblica per fondare l’appello alla cancellazione dei debiti dei paesi poveri. Oggi il peso del debito estero impedisce ai paesi poveri di fare investimenti di sviluppo, negando la possibilità di partecipare al commercio internazionale. Errori e meccanismi perversi hanno generato un indebitamento che non vede soluzione nel momento in cui internazionalmente non esiste un meccanismo di gestione delle insolvenze come quello che esiste a livello nazionale per i fallimenti. In questo quadro i cittadini del Sud del mondo sono condannati ad una vera e propria schiavitù, pagando di interessi cifra quadruple di quelle che riescono a destinare al finanziamento delle scuole e della spesa sanitaria, come avviene in Africa.
Ma il richiamo a ricreare condizioni di equità fra gli uomini a livello internazionale diventa drammaticamente più esigente nel momento in cui si analizzano le ragioni che hanno determinato la situazione attuale.

 

L’origine della crisi

La forte esposizione debitoria dei paesi in via di sviluppo ha avuto la sua origine in occasione della prima crisi petrolifera internazionale. Tra il 1971 e il 1973 i prezzi delle materie prime quadruplicarono e i paesi produttori (in particolare i paesi arabi) si trovarono con una enorme disponibilità finanziaria, largamente superiore alle capacità di spesa interna e al fabbisogno di quei paesi.
Le banche commerciali raccolsero questa abbondante liquidità (i cosiddetti petrodollari) e la offrirono sul mercato internazionale. La grande massa finanziaria disponibile fece scendere i tassi di interesse rendendo poco costoso l’indebitamento (la grande offerta di un bene ne fa diminuire il prezzo e per la moneta il prezzo è costituito dal tasso di interesse). Era un periodo di alta inflazione internazionale, generata dalla impennata dei prezzi petroliferi, e la combinazione di alta inflazione con bassi tassi di interesse rendeva l’indebitamento molto vantaggioso. Per un certo periodo il tasso di interesse reale risultò addirittura negativo (vedi inquadrato n°1) e le grandi banche commerciali spinsero fortemente all’indebitamento i paesi del Sud del mondo, che avevano il maggior fabbisogno di capitali per migliorare strutture e infrastrutture interne.
I Paesi in via di sviluppo (PVS) si indebitarono e per qualche anno la situazione rimase sotto controllo. Con la seconda crisi petrolifera però, nel 1979, si verificò una nuova impennata dei prezzi del petrolio che generò sì una nuova inflazione internazionale, ma accompagnata questa volta da un surriscaldamento dei tassi di interesse. Il fatto nuovo era costituito dalla affermazione delle politiche monetariste e neoliberiste negli Stati Uniti e in Inghilterra, concretizzate in politiche monetarie restrittive che spingevano alle stelle i tassi di interesse (Vedi inquadrato n°2).
Le politiche dei due paesi determinarono effetti a catena nella stessa direzione negli altri paesi del Nord e tutta la struttura dei tassi di interesse si innalzò in modo impressionante, determinando notevoli difficoltà per i paesi indebitati. I prestiti erano sottoscritti in dollari e a tasso variabile. Paesi che avevano iniziato il rapporto debitorio pensando di dover pagare circa il 5% ogni anno, si trovarono a pagare il 30%. In qualche caso l’aumento fu così forte da determinare l’impossibilità di restituire quote di capitale e consentendo solo il pagamento della quota di interesse. Peraltro, a fronte dell’aumento dei prezzi del petrolio, le materie prime non petrolifere non subirono variazioni di prezzo. Anzi, la recessione che la crisi petrolifera generava spinse verso il basso i prezzi delle materie prime, che costituivano in genere la parte principale delle esportazioni dei paesi poveri. Si verificò così un peggioramento delle ragioni di scambio dei paesi debitori, che rese più grave il peso del debito e degli interessi. In sostanza a fronte della stessa quantità di merce esportata - e cioè di lavoro - le entrate finanziarie erano inferiori.
Inoltre gli Stati Uniti avevano l’obbiettivo di innalzare il valore del dollaro e le politiche di stretta monetaria erano funzionali anche a questo (n°3).
Il dollaro a partire dal 1979 aumentò il proprio valore rispetto a tutte le altre valute, fenomeno praticamente senza precedenti nella storia dell’economia. Quel fenomeno fu terribile per i paesi debitori, perché il cosiddetto servizio del debito (la spesa per interessi più le rate di restituzione) non solo era aumentato a causa dell’aumentare del tasso di interessi, ma si moltiplicava per la rivalutazione della moneta americana. Il valore dell’unità di misura (il dollaro) cambiava ai danni della moneta in base alla quale si producevano le risorse per ripagare i debiti contratti (le valute locali dei PVS) (n°4)
Questa situazione rese insostenibile il servizio del debito fino a quel momento rimborsato dai paesi indebitati: nel 1982 il Messico per primo dichiara la propria insolvenza, seguito da quasi tutti i pesi debitori avviando così la crisi del debito estero dei paesi in via di sviluppo.

 

Le cause collaterali

Oltre ai fatti che hanno scatenato la crisi, esistono contemporaneamente altri fenomeni:
Modelli di sviluppo che non tenevano conto delle caratteristiche locali, anche solo dal punto di vista della formazione professionale. (Non si può impiantare ‘qualunque’ impianto industriale in ‘qualunque’ sito senza progettare gli interventi necessari perché quell’impianto possa essere mantenuto in funzione e in efficienza, senza tenere conto delle persone che lo dovranno mantenere).
Lo sperpero di denaro pubblico in spese militari.
La fuga dei capitali (il denaro prestato veniva “rubato” da politici e dirigenti per reinvestirlo al nord)
Il finanziamento al consumo anziché a investimenti di sviluppo. (Spesso il denaro veniva utilizzato - comprensibilmente - per agevolare i consumi di prima necessità, troppo cari per molta parte della popolazione. Questo impiego però non produceva alcun rendimento, come avrebbe potuto invece fare l’utilizzo per investimenti. Occorre aggiungere però che in molti casi il finanziamento al consumo non beneficiò affatto la popolazione ma esclusivamente le classi dirigenti o i singoli leader dei paesi, senza alcuna destinazione a scopi sociali).
La somma di questi fattori determinò la crisi che perdura tuttora, sottraendo notevoli risorse allo sviluppo. Oggi la situazione non è cambiata significativamente. La comunità politico finanziaria del Nord ha proposto al Sud al massimo accordi di riscadenzamento e programmi di aggiustamento strutturale che, concepiti per economie sviluppate, hanno ottenuto come risultato il gravissimo impoverimento della popolazione generando, ad esempio, problemi di fame anche in aree dove storicamente non si erano mai verificati.

Le ragioni dell’appello

A questo punto, effettuata una rilettura delle dinamiche macroeconomiche che hanno portato alla crisi, è possibile esaminare le ragioni che fondano la richiesta di rimettere il debito ai paesi in via di sviluppo, o quanto meno di ridurlo sino a raggiungere una soglia di sostenibilità.

 

Una ragione storica

Una tesi che viene espressa con forza soprattutto dal mondo africano è quella che vede il problema del debito in prospettiva storica. Nel periodo del colonialismo il Sud del mondo, e in particolare l’Africa, è stato defraudato delle proprie ricchezze naturali. I paesi del Nord hanno disposto a proprio piacere delle ricchezze minerarie, agricole e persino umane dei popoli del Sud. Nessuno ha tenuto una contabilità di quanto è stato sottratto. Nessuno può fare un calcolo di quanto valga una vita ridotta in schiavitù. In prospettiva storica le popolazioni del Nord sono debitrici verso quelle del Sud di valori letteralmente “non restituibili”.
Quando il pagamento degli interessi sul debito in un paese africano oggi supera in media di quattro volte la spesa sanitaria annuale (a fronte di tassi di mortalità infantile entro il quinto anno di vita spesso superiori al 30%), qualunque cittadino africano ha diritto di dire che gli interessi non vanno più pagati e che, anzi, il debito va azzerato, per ridurre di un’inezia il credito di cui egli è titolare verso di noi, a causa delle spoliazioni dei secoli scorsi.
Questa posizione ovviamente esula da ogni inquadramento tecnico del problema, ponendolo su un piano prettamente politico. Ma per quanto metta in gioco considerazioni

di carattere forse troppo generale è, ovviamente, autenticamente fondata.

 

Una ragione di convenienza

Una seconda ragione che fonda la richiesta di cancellazione è quella che parte dalla considerazione che i paesi indebitati partecipano in forma scarsissima al commercio internazionale. Oggi l’Africa, con i suoi 700 milioni di abitanti, partecipa per il 4% al commercio mondiale. Liberare i paesi dal peso del debito consentirebbe loro di destinare a investimenti produttivi le risorse oggi usate per la restituzione del capitale e il pagamento degli interessi. Un rilancio della produzione darebbe loro nuova possibilità di accedere con vitalità al commercio mondiale, ottenendo come risultato una maggiore domanda anche dei beni venduti dal Nord. Rinunciando al pagamento degli interessi e del debito, i paesi creditori otterrebbero in cambio la possibilità di avere nuovi clienti per i loro prodotti, quindi maggiori entrate, (con benefici, ad esempio, anche sulla occupazione del Nord). In sostanza molti ritengono che cancellare il debito comporti vantaggi non solo per i debitori, ma anche per i creditori, e vantaggi duraturi.

 

Una ragione di solidarietà

La terza ragione afferma che le condizioni di povertà in cui versano molti paesi indebitati è scandalosa. I creditori ricchi non possono rimanere indifferenti vedendo il tipo di vita condotto dai debitori e continuare a ricevere da questi il pagamento degli interessi. Qualunque coscienza eticamente sensibile non può non sentirsi provocata. Questa leva, quella morale, clamorosa nella sua evidenza, è quella che ha consentito di arrivare oggi a parlare di cancellazione del debito, sia pure parziale, anche negli ambienti delle istituzioni finanziarie internazionali come Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale.

 

Una questione di giustizia

Vi è una quarta considerazione, infine, che sostiene le ragioni della sanatoria, ed è una considerazione che fa leva sulla giustizia piuttosto che sulla solidarietà e risale alle dinamiche macroeconomiche che abbiamo esaminato.
Le politiche di USA e Gran Bretagna, provocando l’impennata dei tassi di interesse e del dollaro, determinarono lo sviluppo della crisi e moltiplicarono gli esborsi, in valuta locale, dei paesi debitori. Si verificò insomma un fenomeno, provocato volutamente dalle scelte politiche dei creditori, che penalizzò i debitori e avvantaggiò i creditori.
Se si ricalcolano le somme dovute e le somme restituite utilizzando come unità di misura non il dollaro, ma un paniere di monete che tenga conto delle variazioni di valore di tutte le monete, comprese quelle locali, si ottiene che per quasi tutti i paesi il debito è stato già restituito completamente e in qualche caso anche più volte, dunque nulla più è dovuto.
Questa tesi si fonda sul convincimento che nella logica della giustizia liberale ciò che i sottoscrittori firmano, e dunque ciò che li vincola nel negozio giuridico, è la sostanza del complesso di diritti e doveri individuati. La lettera del contratto altro non è che la rappresentazione di quella sostanza. Se, per qualche ragione, mutano radicalmente le condizioni del contesto all’interno del quale si giocano i diritti e doveri, al rispetto dei quali ci si era reciprocamente impegnati, occorre verificare che la lettera degli accordi sottoscritti mantenga la capacità di rappresentare la sostanza che si era sottoscritta. In questo caso il mutamento del contesto ha fatto cambiare il linguaggio, ha fatto sì che la lettera dei contratti esprimesse una sostanza fino al 1978, ed esprimesse tutt’altro significato appena 18 mesi dopo. Le grandezze cui facevano riferimento i contratti di finanziamento sottoscritti dai PVS sono mutate profondamente dalla stipula, cambiando, sino a snaturarla, la sostanza dei termini che creditori e debitori inizialmente avevano concordato.
In un contesto nazionale la legge tutela le parti di un negozio giuridico e definisce come modificarlo (o rescinderlo) nel caso in cui i termini con i quali il contratto viene “misurato” mutino radicalmente, cambiando in modo sostanziale il complesso dei diritti e dei doveri che le parti avevano sottoscritto. In Italia abbiamo avuto il recente caso della ridiscussione dei mutui casa a seguito del consistente abbassamento dei tassi di interesse. E’ un esempio di come sia possibile, in un contesto giuridico liberale e di mercato, intervenire legislativamente per garantire il rispetto della sostanza degli impegni presi. A livello internazionale invece oggi non esiste un organismo a cui fare riferimento per svolgere questa funzione.
E’ anche a partire dalla questione del debito, in ragione della distorsione che abbiamo descritto che oggi da molte parti si richiede la riforma delle relazioni finanziarie internazionali e, in particolare, delle istituzioni multilaterali, cioè della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale
Tutt’e quattro le considerazioni elencate portano a individuare nella cancellazione del debito la soluzione da perseguire. Ma è la quarta quella che guarda con più autenticità alle donne e agli uomini del Sud e fa chiedere con maggiore autorevolezza di sanare la contabilità del debito. Non si tratta infatti di condonare, ma di sanare le distorsioni di una contabilità perversa che usa sempre l’unità di misura del Nord e mai quella del Sud. La questione riguarda la giustizia prima della solidarietà. Il debito non va cancellato perché c’è un debitore senza dignità che non sa essere autosufficiente, ha fame e tende la mano. Le scritture del debito vanno stornate perché il debitore ha già pagato.
Occorre che questo venga affermato in modo esplicito, per non fuggire l’ammonimento che l’Apostolicam Actuositatem rivolge con chiarezza: “siano anzitutto adempiuti gli obblighi di giustizia, perché non avvenga che si offra come dono di carità ciò che è già dovuto a titolo di giustizia.” (AA, 8).

 

L’azione per la riduzione del debito

Nel quadro internazionale, nel quale convivono ragioni e sensibilità diverse, non è stato facile tenere alta la voce di chi chiedeva con urgenza un intervento della comunità internazionale. Tra le voci che chiamano ad una sensibilità ed una azione concreta su questo argomento si è levata con particolare autorevolezza e gravità quella del Papa.
Rispondendo a quell’appello in Inghilterra CAFOD e Christian Aid (le ONG cattolica e anglicana) hanno lanciato la campagna Jubileo 2000, a cui ha aderito anche la CIDSE, la rete internazionale delle ONG cattoliche, che ha presentato al summit del G8 di Colonia il 19 giugno 1999 l’appello per la cancellazione firmato da circa 20 milioni di persone con una bellissima catena umana di 35 mila persone che hanno abbracciato l’intera città.
Collegate alla Jubilee Campaign 2000 si sono sviluppate numerose campagne nazionali praticamente in tutti i paesi del mondo.
Durante il 1998 CIDSE e Caritas Internationalis hanno presentato, con contributo della Fede-razione Italiana dei Volontari nel mondo-FOCSIV, il documento “Putting Life before Debt” (“Far passare la vita prima del debito”), (“Volontari e Terzo Mondo” n° 4/97).
L’impegno della chiesa cattolica continua con CIDSE e Caritas Interna-tionalis coordinando quest’anno l’adesione delle rispettive campagne nazionali agli eventi internazionali. In particolare a Colonia è stato presentato una settimana prima del vertice un documento firmato da vescovi cattolici dei sette paesi partecipanti al summit e di molti paesi debitori.
Per quanto riguarda la Chiesa italiana, la Conferenza episcopale ha approvato nel mese di gennaio la “Campagna ecclesiale per la riduzione del debito estero dei paesi più poveri”.
Dopo la proposta fatta da Volontari nel mondo - FOCSIV all’ufficio Cooperazione fra le Chiese all’inizio del 1998, si è creato un gruppo di lavoro provvisorio con la partecipazione di tutte le componenti ecclesiali che si occupano di terzo mondo (FOCSIV, missionari, Caritas) e i rappresentanti delle principali associazioni e movimenti ecclesiali che hanno attività pastorali in Italia (l’Agesci, l’Azione Cattolica, le Acli, Comunione e Liberazione, i Focolarini etc.).
L’obiettivo del gruppo di lavoro infatti era realizzare un cammino di Chiesa per proporre una campagna che coinvolgesse non solo gli ambiti che si occupano naturalmente del Sud del mondo, ma anche quelli educativi e pastorali italiani, per diffondere l’attenzione a questo tema nel modo più diffuso possibile all’intera comunità nazionale.
La CEI ha lanciato la campagna costituendo un comitato presieduto da Mons. Nicora con vicepresidenti mons. Andreozzi (Dir. uff. cooperazione fra le Chiese) e don Damoli (Dir. Caritas italiana). Segretario è Luca Jahier (Pres. Focsiv) e coordinatore della parte tecnica del progetto Riccardo Moro (Focsiv). La campagna intende rendere efficace in Italia l’appello per la cancellazione del debito dei paesi poveri, cogliendo l’occasione per avvicinare le persone che vivono nel nostro paese a quelle che vivono nei paesi del Sud. Sono stati individuati quindi tre indirizzi della campagna.

1. L’indirizzo pastorale ed educativo

L’obiettivo è informare tutta la comunità ecclesiale. Il tema del debito non è privo di difficoltà e non è ben conosciuto. Si intende far passare le informazioni relative alle origini e cause del debito, alla situazione attuale, alle possibili vie di soluzione perché ad ogni persona della comunità ecclesiale sia possibile conoscere le attuali condizioni di vita al Sud, confrontarle con quelle del Nord e avviare stili di vita che consentano coerenza tra i nostri comportamenti e la richiesta di vita dignitosa nel terzo mondo.

2. La animazione della società e la pressione politica

Si intende far crescere la consapevolezza di questo problema in tutta la società civile italiana e non solo nella comunità ecclesiale, in modo da far maturare la coscienza politica sulla responsabilità delle nazioni industrializzate nelle questioni internazionali che mettono in gioco la vita di milioni di persone. La chiesa italiana intende quindi premere presso Governo e Parlamento perché siano attivati interventi di cancellazione del debito che rendano più facile la vita nei paesi debitori e consentano nuovo sviluppo.
Alle istituzioni italiane si chiede di promuovere l’istanza di cancellazione anche nelle sedi internazionali, quali quelle del Fondo Monetario Internazionale e della Banca mondiale e, in particolare, negli incontri dei G7.

3. Una assunzione di responsabilità

Infine, per provocare una reazione alla richiesta di cancellazione la Chiesa italiana, tramite il comitato costituito, lancerà una grande raccolta di fondi per finanziare una operazione di conversione di debito di alcuni paesi (debt swap).
Si tratterà di acquistare dai creditori, in linea di massima il governo italiano, il debito di uno o più paesi particolarmente indebitati con l’Italia. I debitori pagano ogni anno gli interessi, ma l’ammontare del capitale dovuto è troppo grande perché possa essere restituito (ciò a causa della eccessiva rivalutazione del dollaro negli anni ‘80 e all’imposizione di tassi di interesse elevatissimi). Proprio per la mancata restituzione del capitale il valore reale del debito è minore rispetto a quello nominale. Il creditore è disposto a cedere il credito anche a fronte del pagamento di una somma minore di quella nominale.
La Chiesa italiana acquisterà il debito di uno o più paesi poveri al suo valore reale, estinguendo quindi il debito con lo stato italiano, e contemporaneamente il governo locale metterà a disposizione, su un fondo di contropartita in valuta locale, la stessa somma pagata dalla Chiesa. Il denaro raccolto, con questa operazione, arriverà comunque al Sud, ma ottenendo anche la estinzione del debito. Il fondo di contropartita servirà a finanziare progetti di sviluppo umano e sarà amministrato dalla chiesa italiana con la chiesa locale e i rappresentanti della società civile locale.
In questo modo il debito, da ostacolo si trasforma in opportunità per lo sviluppo, e la dimensione qualificante della operazione non sarà tanto nella raccolta di fondi per cancellare, quanto piuttosto nel progettare insieme gli interventi da realizzare nei paesi individuati.

 

Il futuro

A fronte dell’impegno che oggi è diffuso in tutto il mondo, occorre guardare davanti a noi con realismo. Interessanti cambiamenti si mostrano, sia pure timidamente, nell’atteggiamento di chi nella comunità internazionale ha le responsabilità maggiori.
Il summit di Colonia si è concluso con un documento in cui compare un linguaggio nuovo: per la prima volta si parla di coinvolgimento della società civile dei paesi debitori nelle decisioni che riguardano la gestione del debito e l’utilizzo delle risorse che si liberano dalla sua riduzione o cancellazione. Si è parlato di cancellazione totale di tutto il debito originato dai crediti di aiuto, e altro ancora. Non è ancora sufficiente, naturalmente, ma è un cambiamento importante.
Da parte nostra occorre mantenere alta la guardia non solo a che gli interventi della politica siano tempestivi ed efficaci, ma anche verso noi stessi, a verificare sempre che il nostro rapporto con in fratelli del Sud non sia, per quanto fondato sulla solidarietà, un rapporto paternalistico in cui si sostituisce allo sfruttamento un accompagnamento soffocante, con la presunzione di avere tutto da insegnare e nulla da imparare.
A Colonia, consegnando insieme le firme ai sedicenti grandi della Terra, chi non può curare il proprio figlio o non riesce a farlo studiare perché deve pagare a noi gli interessi su un debito che altri hanno contratto e negoziato ci ha ricordato che qualunque intervento, qualunque passo in avanti, fino a che anche solo uno di questo nostri fratelli vivrà questa condizione, è ancora drammaticamente troppo poco.