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L'ISLÂM : LA RELIGIONE DEL DIO UNICO

di Gianbattista Maffi

Sul monte Hira Muhammad ebbe una profonda esperienza e comprese che se Dio esiste non può essere che UNO e UNICO.
L’Islâm fonda le sue radici su questa sconvolgente introspezione nell’UNICITA’ di Dio per cui tutto il creato e la vita umana stessa provengono da lui.

 

E' nota l'intransigenza dell'Islâm come religione del monoteismo puro, non contaminato, come il cristianesimo, dall'idea della Trinità, che disturberebbe o, in qualche modo, intaccherebbe l'assoluta unità e unicità di Dio.

La Sura del monoteismo (Corano, 112).

"Nel nome di Allah, il più grande in Misericordia, il Misericordioso.
Di': Egli, Allah è l'Unico - Allah è l'Assoluto - 
Non ha generato e non è stato generato -
E nessuno è eguale a Lui".
Un italiano che sia convertito all'islâm tradurrebbe più precisamente: "Non è padre e non è figlio". Siamo dunque davanti al problema di come esprimere l'idea del Dio Unico e capirne il significato. Infatti, se da una parte i musulmani dubitano molto sul monoteismo puro dei cristiani (perché chiamano Dio: Padre, Figlio e Spirito), d'altra parte anche i cristiani si chiedono se, in definitiva, il puro monoteismo islamico non riduca Dio a una entità astratta e semplice verità metafisica, più o meno rivelata.

 

Il monoteismo islamico

Noi sappiamo che l'atto di fede del musulmano consiste nel pronunciare la shahâda, la quale fa di ogni uomo che la pronuncia con la convinzione del cuore, un vero musulmano, cioè un "sottomesso" a Dio: "Non vi è altro Dio che Allah e Muhammad è il Suo profeta".
Nella preghiera rituale che il musulmano compie cinque volte al giorno, così come nei riti del pellegrinaggio alla Mecca, l'elemento essenziale è ancora l'affermazione dell'unicità di Dio senza alcun dubbio di associare a Lui un'altra realtà.
Inoltre, come se fosse la ripresa, per gli Arabi, dell'"Ascolta, Israele: il Signore, Iddio nostro, è l'unico Dio" (Dt 6,4), Il Corano ripete continuamente in molti versetti che "Dio c'è" e che "Egli è l'Unico".
Gli ultimi versetti della sura dell'Esodo (sura 59,22-24) riassumono, in una catena di "bei nomi" questa proclamazione solenne:
"Egli è Allah, Colui all'infuori del Quale non c'è altro Dio.
Il Conoscitore dell'invisibile e del visibile. 
Egli è il grande in misericordia, il misericordioso.
Egli è Allah, Colui all'infuori del Quale non c'è altro Dio.
Il Re, il Santo, la Pace, il Fedele, il Custode, l'Eccelso,
Colui che costringe al Suo volere, Colui che è cosciente della Sua grandezza.
Egli è Allah, il Creatore, Colui che dà inizio a tutte le cose,
Colui che dà forma a tutte le cose.
A Lui appartengono i nomi più belli. 
Tutto ciò che è nei cieli e sulla terra rende gloria a Lui.
Egli è l'Eccelso, il Saggio".
Sembra, dunque, che l'insegnamento di Muhammad sia una continuazione della rivelazione biblica del Dio unico degli ebrei e dei cristiani: la sua predicazione iniziale, infatti, era una violenta risposta ai politeisti della Mecca, ricordando loro che Dio ha iscritto nel cuore dell'uomo, fin dalla sua creazione, il principio della religione unica, quella di Adamo, di Noè, di Mosè, di Abramo, l'amico di Dio e il primo musulmano.
Se la storia religiosa dell'umanità è, dunque, una continua riproposta, in forme ripetute, dello stesso messaggio, tocca allora alle creature testimoniare quel monoteismo inerente alla ragione umana, di cui ogni uomo è il custode e il servitore.

 

La spiritualità del Dio Unico

Il Libro sacro dei musulmani incita i fedeli a meditare i tanti "bei nomi di Dio", quasi come un invito ad avvicinarsi al mistero insondabile del Dio Unico, "il Supremo conoscitore dell'inconoscibile" (Corano 5,116). Possiamo, forse, intravedere la possibilità per il musulmano sincero, di contemplare la grandezza di Dio in un "tu-per-tu" che avvicina e, in un certo modo, svela il Creatore alla sua creatura.
Tutta la spiritualità musulmana e il suo culto sono incentrati soltanto su questa testimonianza: proclamare che Dio è l'Unico, richiamare le creature a questa confessione e considerarsi dunque come suoi servi-testimoni oppure suoi adoratori-califfali in mezzo al creato. La lunga storia dei musulmani (quattordici secoli di imprese politiche, riflessioni teologiche ed esperienze mistiche) dimostra quanto la "passione dell'unicità di Dio" sia stata e continui ad essere centrale per la loro spiritualità.
I mistici musulmani, muovendosi in altre direzioni rispetto all'intransigenza del monoteismo radicale dei teologi e, soprattutto, dei riformatori, tentano di esplorare i misteri dell'unicità divina attraverso le vie l'interiorizzazione del culto e della morale, raggiungendo così un'esperienza nella quale si sogna di essere in comunione d'amore attraverso una "unione di testimonianza" con il Dio Unico. Un'esperienza di comunione che è definita come il "perdersi" nella sorgente dell'esistenza e dell'Essere mediante una "unione di esistenza". Però è sempre Dio, l'Unico, che chiama, accompagna e ricompensa: l'iniziativa viene sempre e solo da Lui, "guidando alla Sua luce chi Egli vuole" (Corano, 24,35).

 

Come capirci?

Consapevole, dunque, dell'ipersensibilità dei musulmani riguardo al monoteismo, è difficile, per un cristiano, affiggere la propria fede nel Dio Uno e Trino, senza svegliare in loro il dubbio che si sta così intaccando l'assoluta unicità e unità di Dio. Da qui la necessità, per noi cristiani, di confessare la nostra adesione al monoteismo d'Israele, come si è sviluppato e rivelato "nella pienezza dei tempi" (Lettera agli Ebrei 1,1) in Gesù Cristo stesso, senza voler imporre a Dio dei limiti insuperabili che Lo lasciano nella Sua assoluta trascendenza, simile ad un isolamento nel quale Egli si è, per così dire, condannato dall'eternità.
Kenneth Cragg, un teologo anglicano, ha così formulato questa idea: "Lasciate che Dio sia Dio", cioè "lasciateLo decidere di uscire dalla Sua trascendenza, se vuole". Dio è più grande di noi e della nostra ragione!