RUBRICHE

 
 

 

ARCHIVIO FOTO

 

 

DONNE al lavoro. Sempre.

di Camilla Marini
Foto: Francesco Laera

 

Mogli, madri, infaticabili lavoratrici. Le donne africane sono le spine dorsali della società. Sulle loro spalle gravano il peso e le responsabilità del vivere quotidiano.

 

Parlare della condizione della donna in Africa non è certo questione da poco, non lo è mai parlare della donna e l'argomento si fa ancor più complesso quando le realtà da considerare e trattare sono tanto frammentate e diversificate. 
Condizione della donna, lavoro della donna: le due cose non possono essere prese separatamente. Se in occidente lavoro significa spesso emancipazione, realizzazione personale e autonomia, nei paesi africani la questione diventa vitale, parlare di lavoro porta il discorso sulla vita stessa delle donne, il loro valore e la loro sopravvivenza. A questo proposito si è parlato di mani invisibili che silenziosamente, da sempre, costruiscono l'Africa, ne strutturano la società.... 

Infaticabili lavoratrici

Donna come lavoratrice, dunque, comunque e sempre; non esiste, in Africa, donna che non lavori, la sua è una forza doppiamente produttiva, come donna madre-nutrice e come donna produttrice. Questo in generale. La situazione non cambia molto se si vogliono considerare le particolarità di ogni diverso paese, le singolarità delle più varie tradizioni. 
Cambiano i ruoli, forse, cambiano i rapporti familiari (in parte), la religione e il suo peso all'interno della comunità, ma ciò che resta immutata è l'importanza, l'estremo valore del ruolo femminile.
Per quanto un diverso peso possano avere le leggi consuetudinarie e religiose dei diversi stati, va subito detto che il ruolo della donna africana è, ovunque e comunque, insostituibile: sua è la cura della casa e della famiglia, l'educazione dei figli e l'assistenza agli anziani sono senz'altro appannaggio femminile, così come la parte del lavoro di sussistenza che ha luogo entro il territorio domestico (in campagna, ad esempio, gli animali da cortile sono regolarmente alimentati e seguiti dalle donne). 

Città e campagna: stessa sorte

A questo punto andrebbe fatta una decisa distinzione fra la condizione delle donne di città e quelle di campagna, ricordando che in linea di massima, per quanto sembri contraddittorio, la donna tende a godere di un benessere maggiore (almeno per quanto riguarda l'importanza e il riconoscimento del suo ruolo) nelle situazioni agresti. Il suo trasferimento nelle città porta spesso all'appiattimento verso il basso di molte delle tradizioni e dei valori che ancora sopravvivono nelle campagne e di conseguenza ad un peggioramento, in alcuni casi, del suo status sociale. A tutto ciò si contrappone l'importante fatto che nelle campagne la donna affronta la gestione quotidiana della famiglia e dell'abitazione, impegni che sono notevolmente più duri e pesanti che nelle situazioni urbane. 
La madre (ma anche le figlie o le altre donne del nucleo familiare) avrà il compito quotidiano e pesantissimo di andare tutti i giorni a prendere l'acqua al pozzo (spesso lontano diversi chilometri dal villaggio) e procurare la legna da ardere (impresa anche questa spesso gravosa, vista la vastità dei territori deserti o in via di desertificazione). 
Con l'inurbamento (e la dominazione coloniale) la donna ha subito il passaggio, avvenuto negli ultimi due secoli, dalle leggi consuetudinarie alle legislazioni moderne, che, invece di migliorarne le sorti, le ha, a volte, peggiorate. 
Si prenda ad esempio il Senegal, dove la legge sulle comunità rurali mostra come una legislazione, a priori sessualmente neutrale, possa via via volgersi contro le donne. Qui un consigliere rurale su tre deve essere il rappresentante di una cooperativa, e ciò ha portato i gruppi più diffusi, cioè le comunità di donne, a trovarsi di fatto escluse dalle istanze decisionali. 

Le donne si organizzano

Di casi come questi ne troviamo a centinaia in Africa: quali sono le reazioni delle donne? Sicuramente il rispetto delle tradizioni familiari e comunitarie è sovente troppo forti perché si attui una vera e propria ribellione, ma l'intelligenza e lo spirito di intraprendenza delle africane ha condotto a diverse soluzioni.
Le donne, per contrastare l'inerzia dei poteri pubblici e i risultati spesso solo teorici delle politiche di sostegno, si riuniscono e puntano sulla solidarietà, da sempre. Come nella stessa struttura poligamica le diverse mogli trovano tra di loro sostegno e aiuto nelle innumerevoli mansioni familiari, così all'interno della più estesa società le donne trovano il modo di sostenersi anche economicamente. Ecco allora il crearsi di "tontine" (ingegnoso metodo di risparmio gestito all'interno di un gruppo di pari) e delle mutue: non è un caso se oggi le ragazze africane si appassionano per tutti i corsi di formazione che riguardano i meccanismi bancari e le strutture di finanziamento. 
Dalle ricerche condotte tra la popolazione femminile è poi emerso come l'istruzione sia vista come una delle esigenze più fortemente sentite: purtroppo in molti paesi i corsi rivolti alle ragazze sono ancora prevalentemente di economia domestica o discipline simili che ben poco possono offrire in termini di sviluppo lavorativo e di affrancamento sociale. Si deve, poi, aggiungere che spesso gli uomini bloccano la strada all'università, difficoltà cui le donne rispondono (ad esempio in Camerun e in Ghana) formando dei gruppi di risparmio per mantenere agli studi le ragazze più povere del loro villaggio. 
Per quanto solo raramente e difficilmente riconosciute oltre il loro ruolo di mogli e madri, resta il fatto che l'Africa subsahariana è una delle regioni al mondo in cui le donne, indipendentemente dall'età, lavorano di più e, elemento da non sottovalutare, a tale forza economica non corrisponde, se non in parte miserrima, un potere sociale e politico. Le ore di lavoro di una donna senegalese che vive nelle zone agricole possono arrivare a diciotto e la situazione non cambia di molto per chi vive nei paesi vicini. Per milioni di donne il lavoro è la vita e questa vita si divide fra lavori domestici e agricoli, raccolti da portare al mercato, corvè per l'acqua e la legna, oltre, naturalmente, all'educazione dei figli. 

Gravidanze a rischio

Si ricordi che il valore primo di una donna, quello per cui essa viene data in sposa e per la quale la sua famiglia riceve una dote dal marito, è, oltre alla sua forza lavoro, la sua fertilità; a queste condizioni di vita si può ben capire come tale capitale divenga un bene perennemente a rischio e, nel contempo, quanto le gravidanze e i parti siano a loro volta un pericolo sempre più grave per queste vite rese fragilissime dalle fatiche quotidiane.
La maggior parte delle donne che vivono nelle campagne (ma non solo) sono date in spose a una età giovanissima e cominciano a far figli quando sono poco più che delle bambine; questo, aggiunto alla frequenza delle gravidanze e al fatto che non esista riposo per la donne gravida (che continua a faticare fino alle ultime settimane prima del parto) porta a un tasso altissimo di mortalità. Una cifra per tutte: 160.000 donne africane muoiono ogni an no durante il parto (o nelle settimane seguenti) o dopo aborti clandestini ad alto rischio. Questo per non parlare delle complicazioni che possono seguire il parto, le infezioni e le malattie che una pressoché assente o comunque scadente copertura sanitaria non riesce a prevenire e curare.
Il vedere la donna sempre come riproduttrice, conduce, poi, al paradosso che le cure e le campagne di prevenzione la sfiorano solo indirettamente, portandola così a non essere mai studiata per se stessa ma solo come madre‚ dai grandi progetti internazionali e dalle autorità nazionali. 
Anche i progetti di sensibilizzazione delle donne africane compiuti dalle Nazioni Unite al fine di porre un freno all'eccessiva natalità in queste zone non hanno quasi mai colto a segno l'obiettivo; non si può, infatti, parlare di libertà di scelta della donna per quanto riguarda la sua fertilità o addirittura di scelta di non procreare. 
Qui la sterilità può portare una donna ad essere messa al bando nella sua società, è quindi impensabile partire dalla limitazione delle nascite. 

L’emergenza sanità

Il problema da risolvere in prima battuta è, invece, quello delle malattie e della morte per parto. Le cause sono, come si è visto, molteplici e complesse, ma le più importanti vanno senza dubbio attribuite alla fatica dei ritmi di lavoro, cui si uniscono numerose carenze nutrizionali, soprattutto di ferro (da cui il rischio di anemie responsabili del 20% delle morti al momento del parto), folati, vitamina A, zinco e iodio.
Molte donne giungono al termine della gestazione in gravi condizioni di denutrizione, col risultato di non essere in grado di sostenere la fatica del parto e le frequenti complicazioni che in tali condizioni facilmente si presentano. La malaria rappresenta un pericolo particolarmente grave: il 75% delle africane vive in zone malariche, il che provoca frequenti crisi di pa ludismo con distru zione dei globuli rossi; si accentua così il rischio di anemia per le gravide, particolarmente vulnerabili alla malattia.
Come si vede, dunque, la situazione di vita, prima ancora che lavorativa (anche se i confini si fanno sempre più sfumati) delle donne è una realtà dura e difficilmente risolvibile. 

Senza sosta

Vediamo, per farci un'idea più precisa, che cosa fanno, le donne, e quali sono i molti lavori in cui il loro apporto è praticamente indispensabile. 
Partiamo dalle campagne, dove la giornata lavorativa inizia all'alba e non termina finché ogni membro della famiglia non è stato nutrito e curato.
La risicultura è in Africa occidentale una delle attività che talvolta vede impegnate solo le donne, mentre nelle terre Peul è loro affidato l'allevamento; in generale le donne rappresentano l'80% della forza lavoro utilizzata nella produzione alimentare. A fronte di questo impegno si ricordi che, salvo rare eccezioni in cui è femminile anche la proprietà di terre e bestiame (la Namibia per il bestiame o i paesi Zulu per campi e granai), la donna non può né possedere né controllare la terra che lavora. 

I doveri (e diritti) delle mogli

Per molte comunità l'uomo col matrimonio (e con la dote che consegna alla famiglia della sposa) acquista il lavoro della moglie, la quale avrà come uniche alleate e aiuti le eventuali altre mogli dello sposo e i figli. All'uomo spetta tradizionalmente il lavoro cosiddetto pesante, (la caccia, la pesca, la costruzione delle capanne, l'abbattimento degli alberi...) ma alla donna spetta in genere l'intera gestione del lavoro all'interno della casa e, in caso, della campagna. L'essiccazione e la conservazione delle carni, quindi, è affar suo, come la cura dell'eventuale orto e la cottura e vendita del cibo per arrotondare, come accade di frequente, le magre entrate familiari. Oltre alla preparazione dei cibi (che impegna numerose ore al giorno) e, come già detto, la ricerca e raccolta di legna e trasporto dell'acqua, non è raro che la donna si impegni nella vendita e in altre attività il cui reddito servirà totalmente ai fabbisogni della famiglia, mentre i guadagni dell'uomo spesso non sono messi a disposizione dei bisogni comuni. Le donne si trovano quindi a non poter gestire autonomamente le proprie entrate. Sempre nelle campagne, la tecnica, quando interviene in forma di attrezzi e strumentazioni moderne, è considerata un bene unicamente degli uomini, mentre le donne devono continuare a lavorare con mezzi arcaici e inadeguati. 
La situazione nelle città è ancor peggiore: la mancanza di formazione spinge in massa verso il lavoro nero e la crisi, la miseria è aggravata dalla competizione con l'uomo.

Senza credito...

Così, nelle città, decine di migliaia di disoccupati fanno concorrenza alle piccole commercianti e altre lavoratrici, contendendo loro le attività più retribuite. Se sono le prime ad essere colpite, le donne si dimostrano però anche le prime ad arrangiarsi a risorgere: negli anni Ottanta, ad esempio, quando i tagli drastici hanno gettato sul lastrico migliaia di dipendenti statali congolesi, sono state le donne ad andare al mercato per mantenere la famiglia. 
Grande capacità di organizzazione e immensa energia, dunque, ma la possibilità di ottenere un credito per una donna resta ancora un'impresa ardua: per accedere a un prestito, infatti, bisogna poter dare un bene in pegno e possedere fondi sufficienti, condizioni entrambe che escludono le donne dal gioco.
Nonostante questo, però, ci sono casi, alcuni veramente eclatanti, in cui le donne sono riuscite ad aggirare la dura legge locale e a ricoprire ruoli importanti nelle reti commerciali. E' questo il caso delle cosiddette Nanas-Benz, un gruppo di donne che, più di trent'anni fa, in Togo, ha capito come il denaro sia alla base della guerra dei sessi. Queste donne, nubili, vedove o divorziate, hanno fatto fortuna concludendo accordi in esclusiva con le grandi imprese europee di import-export per la vendita di modelli di pareo. 
Le Nanas-Benz hanno fatto capire che il controllo degli approvvigionamenti è di fondamentale importanza. 
Per quanto ufficialmente abbiano posti di poca responsabilità, sono di fatto le donne a gestire gli affari, a fare viaggi in Francia, in Italia e, ultimamente, a Singapore e Taiwan. In Africa occidentale il Prét-à-porter è al 95% nelle mani femminili. 
Anche nei settori come l'agroalimentare le donne sono molto presenti. In Nigeria, ad esempio, le commercianti yoruba utilizzano i loro contatti nel villaggio (se necessario facendo ricorso anche ai vincoli di solidarietà familiare) per ottenere informazioni sui futuri raccolti. In Burkina creano campi collettivi mentre a Lomé i grandi commercianti di pesce sono donne e possiedono due terzi dei pescherecci del porto. Come si vede, là dove la tradizione e la legge crea barriere e limiti, l'intraprendenza e intelligenza delle donne riesce, comunque, a spuntarla grazie allo spirito di solidarietà e quindi all'unione. 
Quelle appena viste restano, però, delle eccezioni in una situazione diffusa in cui il peso enorme del mantenimento di una famiglia e del rispetto delle leggi consuetudinarie impedisce alle capacità femminili di avere la giusta espressione e ricompensa.
Sono ancora troppe le donne schiacciate dallo strapotere maschile, o, se sole, stritolate dalle prime necessità vitali e costrette ai lavori meno dignitosi anche e soprattutto a causa del bassissimo livello di istruzione che vieta loro l'accesso agli impieghi meglio retribuiti.

A caro prezzo...

Discorso a parte, che meriterebbe uno spazio ben più ampio, è quello, già accennato, sulla salute e le nefaste consuetudini igieniche di cui sono le donne a fare le spese. Si è detto delle gravidanze precoci e ravvicinate; l'Africa dell'Ovest e del Centro conosce i più alti tassi di fecondità del mondo e oltre il 10% delle ragazze del Camerun e della Nigeria partorisce prima dei 15 anni. 
A questo si aggiungano le pratiche, purtroppo sempre diffusissime in campagna come in città, dell'escissione e dell'infibulazione che minano la salute delle ragazze fin dalla più tenera età. 
Come si può ben capire le cause di questo dramma sono da attribuirsi sì a una tradizione e una religione locale che mette la salute e la vita stessa della donna in secondo piano rispetto alla sua "funzione" di genitrice, ma anche alla mancanza di una corretta educazione sanitaria e una diffusa azione preventiva. 
Le donne, anche quando si rendono conto di quali sono i propri bisogni in termini medici e nutrizionali, spesso non possono fare nulla per provvedere, venendo i loro bisogni (di cibo e di cure) dopo quelli del resto della famiglia. 
Come se ciò non bastasse, le donne sono, da sempre, le vittime più esposte all'infezione del virus dell'HIV: per quanto la conoscenza sui rischi sia relativamente diffusa, le donne in Africa subiscono, una volta di più, la loro scarsissima facoltà decisionale all'interno dei rapporti familiari e di coppia. 
Pochissima prevenzione per quanto riguarda l'Aids, dunque, e il discorso non migliora se si considerano le donne più anziane.
Superato il periodo della menopausa (che in Africa offre uno status di rispettabilità e di esperienza maggiore che nei paesi del nord), nessuno si preoccupa più della salute delle più anziane. 
Nessuna campagna sanitaria si occupa del cancro al seno o al collo dell'utero, sempre più frequenti, o di patologie legate all'invecchiamento, mentre continuano a mancare sia i mezzi di rilevamento precoce sia la possibilità di accesso a trattamenti più moderni e dunque più efficaci. 
Se, da un excursus nella realtà femminile africana, si volessero trarre delle conclusioni, è fin troppo evidente come la responsabilità di tanti problemi, dalla nutrizione alla salute, l'istruzione e il lavoro, non possa essere banalmente attribuita a leggi e regole consuetudinarie troppo dure da scalfire. Esiste, certo, una tradizione che pesa e peserà a lungo sulla mentalità africana ma tanto può essere ancora fatto per quella che da sempre è l'invisibile spina dorsale del continente.