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PROFESSIONE ATTRICE... IN ANGOLA

Testo e foto di Raffaele Masto

Da Milano a Luanda. Sempre nei panni dell'attrice. 
All'età di trent'anni, Maddalena decide di lasciare tutto per trasferirsi in Angola. Una scelta difficile, controcorrente. E una scommessa ambiziosa: dare un futuro ai bambini feriti dalla guerra.

 

Maddalena Grechi vive nel Castello, una villetta un po' cadente con un piccolo giardino che, per onorare il nome con il quale è conosciuta, offre ai suoi abitanti ampie stanze disadorne con il parquet consumato, la tappezzeria con ampi sbreghi e l'ombra dei quadri che un tempo l'adornavano. In compenso ci sono ancora i lampadari a goccia segno di un benessere che a Lubango, regione della Huila, Angola, oggi non c'è più.
Maddalena, 32 anni, milanese, attrice di professione, si è trasferita qui per mettere il suo mestiere al servizio di una popolazione stremata da 25 anni di guerra civile. Soprattutto al servizio dei bambini che sono le principali vittime di un conflitto che ha già prodotto centinaia di migliaia di morti e milioni di deslocados, cioè di profughi interni, un esercito di disperati che si riversa nelle grandi città, unici luoghi controllati dall'esercito governativo e al sicuro dai combattimenti.
La domanda sorge spontanea: come può essere utile una attrice in un paese come questo dove la gente ha bisogno di aiuti materiali immediati come medicine, viveri, vaccinazioni, acqua potabile? Lei risponde con l'aria sicura di chi ha già risposto decine di volte a questa domanda: "Questi bambini non hanno solo bisogno di cure materiali, di cibo, di farmaci. La guerra - dice - è una esperienza devastante, lacerante, per vivere devono ricostruire se stessi. Quale modo migliore per aiutarli di sviluppare quelle capacità espressive che le atrocità e la crudeltà che hanno visto hanno seppellito nel profondo delle loro menti? 
Il teatro, le arti espressive in genere sono uno strumento formidabile per farlo".
I bambini di cui parla le stanno intorno, si ritrovano nella cosiddetta "casa di passaggio" che Alisei, la Ong per la quale Maddalena lavora, mette a disposizione di questi ragazzi che vi si recano per lavarsi, per trovare qualcosa da mangiare, per essere curati quando sono ammalati.

Un pretesto indovinato

La "casa di passaggio" è un pretesto per agganciarli, per seguirli. Quelli che arrivano qui sono una piccola minoranza di quelli che ogni giorno vagano per le strade di Lubango impegnati in una spietata arte di arrangiarsi fatta di piccoli furti, di elemosina, di ricerche, con le mani e i piedi nudi, nelle montagne di rifiuti che punteggiano le baraccopoli che circondano la città.
Sì, perché una buona parte di questi bambini, sono "meninos de rua", vivono sulla strada, dormono sotto i camion o dove capita, non hanno genitori perché li hanno perduti in guerra oppure perché hanno semplicemente preferito la vita libera della strada alla miseria disperata di una famiglia che, nella grande maggioranza dei casi, non ha abbastanza cibo per sfamare tutti i suoi componenti..
Alcuni di questi ragazzini hanno visto la guerra da vicino, come bambini soldato ed ora sono i più silenziosi, i più introversi, a volte i più violenti.
La maggioranza sono vittime indirette del conflitto che ha distrutto il fragile equilibrio della famiglia rurale. Sono dovuti fuggire alla ricerca di un posto al sicuro dalla guerra e la città non ha saputo offrire loro nulla se non la frantumazione del nucleo familiare che in Africa è l'unità funzionale di qualunque forma di vita sociale.
Maddalena viene qui tutti i giorni, per i ragazzini è diventata un punto di riferimento. Siede con loro sui gradini della casa, li ascolta, cerca di neutralizzare i tentativi degli ultimi arrivati di spillarle denaro. Li tratta con dolcezza e comprensione, ma anche con fermezza: "devono capire che qui sono liberi di entrare ed uscire, ma devono rispettare alcune regole. La vita con loro è stata dura, ma devono avere l'impressione che io non sono qui perché devo loro qualcosa. Per ricostruire la loro personalità è indispensabile che instaurino dei rapporti veri, che non si sentano solo in diritto di ricevere".

Rinunciare in proprio per dei rapporti veri

Maddalena è una bella ragazza, gli occhi neri ed espressivi tradiscono una certa fragilità che non le ha impedito di fare una scelta coraggiosa: ha interrotto una carriera, ha lasciato amici e famiglia. Lei si schermisce: "Certo - dice - qui ho cambiato radicalmente il modo di vivere, mi manca il cinema, i libri, la musica ma non è solo una vita di rinunce. Per il mio lavoro questa è una esperienza importante, una sorta di scambio culturale. Gli africani hanno una storia, delle tradizioni, una cultura che secoli di colonialismo prima e la guerra poi hanno sopito e rischiano di cancellare per sempre. Il teatro e la danza, che sono le principali arti espressive del Continente Nero, consentono loro di riscoprire questo patrimonio, di scoprirsi soggetti con delle radici, con una identità sociale e quando questo tesoro riaffiora per loro è un modo di riconoscersi persone e di allontanare la guerra come esperienza totalizzante, per me è un arricchimento, una ispirazione per il mio lavoro di attrice" 
Maddalena a Milano lavora nella compagnia teatrale Mascherenere, un gruppo che attinge e porta in scena spettacoli che si rifanno alla cultura africana. L'idea di vedere da vicino il mondo che portava sul palco le è venuta spontanea, come fosse una conseguenza lineare, ovvia della scelta professionale che aveva fatto. Dopo alcuni viaggi brevi in Africa ha finito per fare una scelta più radicale: l'Angola, uno dei paesi più difficili del Continente. 
L'aspetto più drammatico di questa guerra è che non la si vede, ma la si sente in tutti gli aspetti della vita. A combatterla, senza esclusione di colpi e con una crudeltà difficile da immaginare, sono poche migliaia di soldati governativi e di guerriglieri su una popolazione totale di circa dodici milioni di abitanti.
Questi ultimi per sfuggire ai combattimenti si rifugiano nelle città con il risultato che queste sono assediate da baracopoli sterminate abitate da milioni di disperati. A vederle si resta senza fiato: squallide distese di baracche di fango, lamiera, legni, teli laceri e consunti.
Sono costruite su vere e proprie montagne di spazzatura. Sì perché in questi slum non ci sono fogne, non ci sono latrine, non c'è elettricità, non c'è nemmeno l'acqua. Interi eserciti di nullatenenti vivono nella promiscuità e nell'abbrutimento più totale.
"In queste condizioni - dice Maddalena - è difficile fare emergere la creatività. Questi ragazzini sulla strada hanno sempre un problema impellente da affrontare, è una questione di sopravvivenza. 
Bisogna cominciare dalle piccole cose, per esempio dal disegno.
Consegnare loro un foglio e una matita consente di capire quali sono le gravi carenze con le quali devono fare i conti: disegnano sempre una casa, un campo, degli adulti che coltivano, scene di vita familiare, di tranquillità di una sicurezza che loro non hanno. Prima di arrivare ad una creatività più elaborata come la danza o il teatro la strada è lunga. Devono prendere coscienza di se stessi, non è facile far fare loro questo percorso". 
Questi ragazzini non hanno piena coscienza di se stessi, lo si comprende vedendoli in gruppo, si potrebbe dire che vivono in branco e che l'istinto prevalente della loro personalità è la sopravvivenza. Quando li si mette davanti ad uno specchio o ad una fotografia non si riconoscono. Molti di loro sono mutilati. Paradossalmente questo è quasi un problema secondario. L'Angola è il paese al mondo con il maggior numero di sciancati e di storpi tanto che non sarebbe del tutto illegittimo definire "normali" quelli che da noi sono i disabili, e "superdotato" chi non ha nessun handicap.

Un dramma: le mine

Responsabili di questo disastro sono soprattutto le mine di cui l'Angola è il paese più disseminato.
Chi, costretto dalla fame, decide di coltivare un campo fuori dai perimetri sicuri delle città finisce per saltare su uno di questi odiosi ordigni. 
Oltre alle mine ci sono i feriti di guerra e poi la poliomielite che qui ha colpito duro, e non ci sono protesi e tantomeno sedie a rotelle. Sono migliaia i ragazzini che, con una pezza di cuoio imbragata sotto il sedere e due ciabattine infradito infilate nelle mani, si spostano sui marciapiedi luridi di queste città. Vivono così, tutta la vita, con il viso a venti centimetri da terra.
"Eppure - dice Maddalena - anche dentro di loro c'è un mondo. 
Aiutarli a tirarlo fuori è una impresa che mi affascina e mi arricchisce. Non mi sento straordinaria, sono una persona normalissima e ho semplicemente fatto una scelta professionale. E poi vivo al "Castello".
Devi dirlo, nel tuo articolo, che vivo nella casa più bella di Lubango".