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“Signore nostro, Dio, che sei nei cieli...”

di G.B. Maffi

 

Parlare di Dio come Padre, in islâm, è un controsenso perché sappiamo che esso nega nel modo più assoluto qualsiasi forma di paternità in Dio (cfr. articolo precedente) e ogni tipo di affinità, anche per analogia, alla natura e alla condizione umana. Fermo restando questo principio dogmatico, possiamo però dire che, in modo più o meno indiretto, affiora nella teologia e nella tradizione musulmana questo aspetto, pur rimanendo circoscritto in termini inequivocabilmente mistici.

 

Dio non è nostro padre.

Una tradizione del profeta dell'islâm, nella Sunna, racconta ciò che possiamo definire come l'equivalente del "Padre Nostro" dei cristiani:
"Signore nostro, Dio, 
che sei nel cielo, 
il tuo nome è santificato,
il tuo ordine è nel cielo e sulla terra;
come la tua misericordia è in cielo, 
disponi la tua misericordia sulla terra.
Perdona le nostre offese 
e i nostri peccati, 
Tu, Signore di coloro che sono buoni,
fa scendere su di noi 
una delle tue misericordie,
una guarigione a questa sofferenza,
e liberaci da essa."
Si tratta chiaramente di una rilettura della preghiera cristiana in un contesto particolare. In Iraq, nei primi secoli dell'islâm, la medicina veniva praticata dai cristiani: questa preghiera, dunque, sarebbe una reinterpretazione in senso islamico per dei pazienti musulmani.
Tra le differenze che si possono facilmente rilevare, notiamo, all'inizio, la più significativa fra tutte, che consiste nel sostituire il titolo di "Padre nostro" con quello di "Signore nostro". Niente di strano in questo poiché il Corano e l'Islâm, in generale, negano la paternità di Dio: il contrario, sarebbe ammettere che Dio abbia avuto una relazione con una donna o una dea qualsiasi, dalla quale sarebbero nati uno o più figli, ciò che è evidentemente inammissibile, anche in senso metaforico. Noi siamo le creature e i servi di Dio, mai i Suoi figli. Gesù stesso, chiamato 'Isâ nel Corano, è identificato come un servitore di Dio, un Suo inviato e messia, un Suo profeta. Anche se è una "parola e un soffio usciti dalla Sua bocca" (Corano 4,171), non è affatto il Figlio di Dio.

Qualche traccia della paternità di Dio.

Nell'insieme dei testi fondatori dell'islâm (Corano e Sunna) si può trovare qualche raro esempio che afferma in modo inequivocabile questa paternità divina, come questo racconto della tradizione islamica (Sunna):
L'Inviato di Dio (Maometto, n.d.r.) ha detto: "Io sono tra tutti gli uomini il più intimo con Gesù, figlio di Maria, quaggiù e nell'aldilà". Gli chiesero: "In che senso, o Inviato di Dio?"
Rispose: "I profeti sono fratelli perché sono tutti figli dello stesso padre, ma di madri diverse. La loro religione è unica. E tra me e Gesù non c'è altro profeta".
E' evidente che "lo stesso padre" è qui identificato in Dio, e non in Adamo, altrimenti il testo non avrebbe specificato che i profeti sono di madri diverse. Inoltre il Corano, precisa sempre che Gesù è figlio di Maria, che lo ha concepito in modo miracoloso per un intervento di Dio con la mediazione dell'Angelo Gabriele. Ancor più che, a differenza di Gesù, il quale non ha un padre naturale, Maometto è figlio di 'Abdallah.
Potremmo citare qualche altro esempio ma questo ci basta per dire che nella tradizione musulmana c'è qualche residuo delle tradizioni giudaiche e cristiane riguardanti la paternità di Dio, questo malgrado l'assunto categorico per il quale tale affermazione è da considerarsi blasfema e che è vero l'opposto.
Bisogna sapere che l'islâm è nato in un contesto politeista, dove alle divinità maschili e femminili è attribuita la capacità di procreare: da qui la reazione severa e categorica del Corano contro ogni forma di espressione che possa anche soltanto alludere alla eventuale possibilità di Dio di generare. 
D'altro canto, professando l'islâm un monoteismo rigoroso e logico, non è possibile per esso accettare l'idea di un Dio che cerchi fuori di Sé qualcosa o qualcuno che Lo possa completare: sarebbe voler ammettere che questo Dio non è perfetto, quindi non è Dio. Uno degli attributi che il Corano applica a Dio è proprio quello di "ricco e autosufficiente" (Corano 2,263...), indicando con questo che non ha bisogno di niente né di nessuno nella sua unità e unicità assoluta.

Dio può essere nostro Padre?


Una delle immagini più belle e significative del Dio-Padre, per noi cristiani, è quella descritta nella parabola del Figlio Prodigo (Luca 15,11-32). 
Qui è descritto l'atteggiamento più caratteristico del sentimento di amore paterno: la volontà del padre di prendere l'iniziativa di andare incontro al figlio, persino di abbassarsi davanti a lui, abbracciandolo, pur di recuperarlo:
"Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò". (Luca, 15,20)
Anche nella Tradizione musulmana (Sunna) troviamo espresso questo stesso sentimento divino nei confronti dell'uomo che ha intrapreso il cammino della conversione:
"Dio ha detto: Se il mio servitore si avvicina a me di una spanna, io mi avvicinerò a lui di un cubito; se si avvicina a me di un cubito, io mi avvicinerò a lui di un braccio; se viene a me camminando, lo raggiungerò correndo".
In ambedue le citazioni è sottolineata l'analogia tra Dio e colui che ritrova con entusiasmo l'essere amato che credeva perso, una componente essenziale dell'essere padre, esplicita in S. Luca e implicita nella Tradizione musulmana, la quale, invece, parla non di figlio bensì di servitore.
In modo più generale, il Corano enumera una serie di attributi divini che, pur non essendo specificatamente paterni, offrono però l'immagine di un Dio provvisto di sentimenti di tenerezza, anche se a fianco di ognuno di questi attributi compiacenti o lenitivi bisogna sempre aggiungerne un altro contrario e violento, un po' come nell'Antico Testamento.
"Dì: se veramente amate Dio, seguite me e Dio vi amerà e perdonerà i vostri peccati, ché Dio è colui che perdona, il misericordioso". (Corano 3,31).
In questo versetto coranico, troviamo tre attributi che potrebbero riassumere il sentimento paterno: l'amore, il perdono e la misericordia. Quando il Corano parla di perdono di Dio, però, non si tratta tanto di annullare la colpa per ricreare il peccatore e riportarlo a vita nuova, quanto piuttosto non guardarla più, non considerarla più. L'azione di Dio che perdona non è rivolta all'uomo, artefice del peccato, ma alla sua colpa, per cancellarla e dimenticarla.
Potremmo essere tentati di leggere questi attributi coranici in chiave cristiana e intravedere la possibilità per Dio di avvicinarsi all'uomo, ma la tradizione teologica musulmana tende sempre a negare ogni somiglianza di questi attributi divini all'esperienza dei sentimenti umani, per sottolineare sempre e comunque l'alterità di Dio, la sua assoluta e intoccabile trascendenza. 
Ancora una volta, la Tradizione (Sunna) ci viene in aiuto per completare il contenuto del Corano e chiarirne il significato: 
"Dio ha detto: Quando il mio servitore si avvicina a me con opere meritorie, subito lo amo.
E quando lo amo, divento per lui l'udito con il quale sente, lo sguardo con il quale vede, la mano con la quale afferra, il piede con il quale cammina".
Secondo l'interpretazione di molti mistici Sufi, questa tradizione prefigura l'unione fra Dio e la Sua creatura, quando essa si trova al sommo dell'intimità e della comunione esistenziale con il suo Creatore.
Per avere un'immagine completa del Dio "paterno" nel Corano e nella Tradizione musulmana, dobbiamo aggiungere a questa serie di attributi quelli di Dio indulgente, pieno di mansuetudine e infinitamente paziente (Corano 3,51) nei confronti del suo servitore. 
Avremo così i tratti essenziali e più salienti del volto di questo Dio animato da sentimenti paterni, ma che, nella Sua assoluta trascendenza, rifiuta comunque di essere, in qualche modo, assimilato a un padre.