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LIBRI TRA LE SABBIE

di Anna Pozzi

Assediato dalle sabbie del Sahara, consumato dal tempo, un tesoro d’inestimabile valore rischia di scomparire. E’ il patrimonio di antichi e preziosi manoscritti custoditi nelle biblioteche del deserto. Una ricchezza per l’umanità che attende di essere salvata

 

C'è un tesoro nascosto e sconosciuto tra le sabbie del deserto, un patrimonio di cultura, tradizione, storia e scienza custodito nel cuore segreto del Sahara e del Sahel. Un tesoro di valore inestimabile, prezioso e fragilissimo, come solo le pagine manoscritte di migliaia di volumi possono esserlo. Carte ingiallite, fragili pergamene, fogli di pelle di capra o gazzella, testimonianze uniche, e spesso inesplorate, di civiltà, tempi e luoghi lontani e misteriosi. Sono oltre centomila i manoscritti che hanno solcato il deserto lungo le vie carovaniere, e hanno attraversato i secoli per arrivare sino a noi, sopravvivendo alle vicende travagliate di questo angolo d'Africa, che si estende dal Sud del Marocco alla Mauritania, dal Mali al Niger. Centomila volumi che oggi rischiano di andare perduti, vittime del tempo e del clima, ma soprattutto dell'indifferenza dell'uomo. 
Sono Mauritania e Mali a conservarne il più gran numero. Circa 40 mila nella terra dei mauri, e 15 mila a Timbuctu, mitica città che un tempo vantava il titolo di regina delle sabbie.
Oggi, pur essendo stati dichiarati "patrimonio dell'umanità" dall'Unesco, il loro stato di conservazione è quanto mai precario. Molti vanno irrimediabilmente perduti ogni anno, mentre altri versano in condizioni penose. La maggior parte non sono mai stati studiati, catalogati o tradotti e nel loro lento consumarsi trascinano per sempre nell'oblio un patrimonio sconosciuto di storia e di cultura. 
E’ una storia che affonda le radici quasi un migliaio di anni fa, a cavallo tra l'XI e il XII secolo, quando il movimento Almoravide comincia a imporre il proprio dominio su tutta la regione. Yahya ibn Ibrahim El Godali e Abdallah ibn Yacine, i fondatori, partono dall'Adrar, in Mauritania, per poi conquistare un vasto territorio non solo a sud, verso l'Africa occidentale, ma anche in Marocco e nella parte meridionale della penisola iberica. Quella Almoravide non fu semplicemente una campagna di conquista, ma anche una straordinaria impresa culturale e religiosa. Con gli Almoravidi, infatti, l'islam si diffonde in modo capillare, soprattutto a livello delle classi alte, quelle dei potenti e dei commercianti, in tutta quest'area. Non solo, questi monaci-guerrieri danno uno straordinario impulso anche alla vita culturale, lasciando segni indelebili nei costumi e nelle tradizioni delle popolazioni locali.
Ma la vivacità culturale delle regioni del Sahara e del Sahel è legata anche agli intensi traffici che si svolgevano lungo le piste che in lungo e in largo attraversavano il deserto, solcate da carovane che trasportavano sale, tessuti, spezie, oro, avorio e nei secoli più recenti anche schiavi, fucili, polvere da sparo, vino e perline... Lungo queste piste e nelle oasi sorsero alcune città che diventarono non solo importanti punti di riferimento per i commerci e gli scambi, ma anche crocevia di popoli e culture, luoghi di incontro di uomini di fede e intellettuali, di scienziati e filosofi. 

Le biblioteche della Mauritania

Una di quelle famose città è Chinguetti, in Mauritania, settimo luogo santo dell'islam, da cui partivano le carovane dirette alla Mecca. Le carovane che trasportavano, tra le altre cose, anche un bene estremamente prezioso, pagato letteralmente a peso d'oro e che poteva valere anche dodici cammelli al pezzo: i libri. Sono migliaia i manoscritti del deserto, opere eccelse, copiate, studiate, commentate, decorate... Opere che coprono un po' tutti i campi del sapere: dalla filosofia all'astronomia, dalla medicina alla grammatica, dalla matematica al diritto islamico, passando per la farmacopea, l'ottica, la logica... Sono numerosissime anche le copie del Corano, così come i commenti, le analisi e le interpretazioni dedicate al libro sacro dell'islam. Testimonianze di una cultura estremamente ricca, che per molti aspetti è filtrata nel sapere occidentale (come il "corpus aristotelico", o parte delle conoscenze matematiche, mediche e di astronomia...), ma che per molti versi resta ancora sconosciuta.
Una delle cause è certamente la dispersione di questi manoscritti; molti di essi, oggi, sono di proprietà dei discendenti delle antiche famiglie carovaniere, non sempre propensi a metterli a disposizione per lo studio. Ma anche il processo di desertificazione, il cambiamento delle condizioni climatiche, la perdita di valori tradizionali, l'incuria stanno contribuendo a cancellare queste preziose tracce.
Chinguetti oggi è una città invasa dalla sabbia. Pochi si spingono fin qui. Pochissimi sanno che nelle biblioteche private di questa città ancora vengono conservati rari manoscritti, alcuni molto antichi. Sono in particolare le famiglie degli Ahel Ahmed Chèrif, degli Ahel Habbot e dei Laghall che ne conservano ancora un gran numero. In città si possono inoltre ammirare due esemplari del Corano alquanto singolari; uno è conosciuto come Buaïn çafra, "Colui che ha l'occhio giallo", perché ornato da un cerchio d'oro; l'altro, molto antico, è protetto da una doppia cartella di cuoio. 
Molti dei manoscritti conservati in queste biblioteche del deserto sono opera di eruditi mauri di Chinguetti, ma anche di altre due città della Maurtitania: Oualata, dove in alcune case del borgo medievale sono conservati da oltre cinque secoli manoscritti arabi in parte dedicati alla storia dei traffici carovanieri transahariani; e Ouadane, dove i giovani dell'Associazione per la salvaguardia culturale di questa celebre città carovaniera hanno allestito una piccola biblioteca che conserva interessanti manoscritti antichi.
Alcuni di questi sono stati donati dai sultani marocchini e dalle zaouia, centri di cultura tradizionale e di insegnamento islamico. Anche per questo, si possono distinguere, nei manoscritti conservati in Mauritania, tre generi di scrittura: uno locale, mauro, uno egiziano e uno del Maghreb. 
Altri manoscritti si trovano nelle città di Tichitt, e soprattutto nel museo della capitale Nouakchott.

Le mahadra

Ma se oggi queste biblioteche sono identificabili in alcuni luoghi precisi del deserto, un tempo esse viaggiavano insieme alle carovane, appese alle selle dei cammelli, protette da grandi sacche di cuoio. Biblioteche itineranti, che percorrevano le rotte del Sahara diffondendo le conoscenze di popoli e culture diversi, che si incontravano nei crocevia del deserto. Queste biblioteche, custodi di un sapere antico e di nuove scoperte e nuovi dibattiti, rappresentavano un elemento di prestigio culturale ed economico per le grandi famiglie maure e le carovane di appartenenza. Famiglie marabuttiche - contrapposte a quelle guerriere - cui venivano affidate le attività religiose e letterarie, va a loro il merito di aver creato attorno a queste biblioteche nomadi, delle scuole, affidate non solo all'insegnante, che trasmetteva la conoscenza dell'arabo e del Corano, ma soprattutto a un Maestro. Nascono così, nel cuore del deserto, negli accampamenti del Sahara e sotto le tende beduine, le mahadra, ovvero le "Università a cammello", conosciute anche come "Libere università della sabbia". Libere non solo perché nomadi, ma anche per la libertà di pensiero, di discussione e di dibattito che in esse vi si esercitava. Libere perché lontane dai centri di potere e dai condizionamenti cittadini. 
Nate nello stesso periodo in cui sorgevano i primi atenei occidentali, le mahadra hanno attraversato i secoli, diffondendo il loro sapere ben al di là degli ampi confini del Sahara. Le ultime risalgono ai primi del Novecento. Ma ancora oggi, la tenda beduina, la mahadra e il Maestro nomade restano simboli grandemente significativi della cultura mauritana. 
Gli antichi manoscritti che oggi si trovano nelle biblioteche del deserto sono la testimonianza della ricchezza dei temi che venivano trattati nelle mahadra, ma anche dello spirito tollerante e di grande apertura che in esse regnava. E mentre i Maestri alimentavano nei loro allievi la passione per l'ascolto e il dibattito, gli ulema, gli studiosi di diritti islamico, intrattenevano fitte corrispondenze con i colleghi del mondo arabo. Molti intellettuali provenienti da diversi Paesi arabi venivano invitati dalle grandi famiglie maure, che mettevano a disposizione i loro calligrafi. I migliori potevano essere pagati sino a dodici cammelli per un solo manoscritto. Molti libri, invece, venivano acquistati in Paesi lontani e diventavano oggetto di studio e di dibattito. Questo avveniva durante i lunghi spostamenti che le mahadra compivano, accompagnando le carovane lungo le piste del deserto, coprendo un immenso territorio e creando una rete ricchissima di contatti e di scambi culturali. 
Se all'interno di ciascuna scuola l'insegnamento rimaneva estremamente vario e flessibile, e non vincolato a programmi prestabiliti, col tempo si crearono alcune "aree di competenza". Nelle regioni orientali, ad esempio, ci si specializzava nell'analisi e nel commento del Corano, mentre nella regione di Trarla le mahadra eccellevano negli studi della retorica e della grammatica; il nord, invece, si distingueva per essere all'avanguardia nelle scienze giuridiche.
Le università della sabbia, che per più di otto secoli sono state raffinati luoghi di cultura, conoscono il loro declino più profondo al- l'inizio del Nove- cento, con l'avanzata coloniale. Ma le difficoltà erano già cominciate con il dirottamento delle vie commerciali e dei percorsi carovanieri. La desertificazione progressiva ha dato quindi il colpo di grazia alle gloriose università itineranti, modificando contemporaneamente e profondamente lo stile di vita delle popolazioni nomadi, costrette a ripiegare sulle città.

Timbuctu

Anche Timbuctu, in Mali, è uno di quei luoghi in cui il presente non è che un'ombra fosca di un passato luminoso. Timbuctu, la regina delle sabbie, la città dei 333 santi, è un luogo alla fine del mondo. Timbuctu è città di miti e leggende, dove un passato di splendori si è perso nei meandri di una storia inclemente, che ha condotto questa città al declino odierno. 
La geografia la colloca a circa 800 chilometri a nord di Bamako, capitale del Mali, a poca distanza dal grande fiume Niger, lontanissima dal resto del mondo. 
Arrivare a Timbuctu, oggi, è impresa degna degli antichi esploratori. Ci si può affidare alla corrente lenta del Niger e al lentissimo navigare di precarie pinasse, le pittoresche piroghe locali, mettendo in conto imprecisabili giorni di viaggio. Oppure si può prenotare l'unico aereo della compagnia locale che vola secondo piani non ben precisati. Quanto alle strade, o meglio, le piste, quelle sono praticabili solo quando non piove.
La storia ha abbandonato Timbuctu nel cuore del Sahel, di cui fu regina. Complice la leggenda, è diventata una sorta di non-luogo, che, secondo quanto raccontano i suoi abitanti, continua a esigere a chi vuole raggiungerla tre miracoli: innanzitutto, credere che esista, perché l'esistenza di Timbuctu è qualcosa che ormai sconfina nel mito. Secondo: riuscire ad arrivarci, impresa ardua nel passato, ma non del tutto semplice neppure oggi. Terzo: riuscire ad andarsene. 
Se in passato molti esploratori e visitatori trovarono la morte sulla via del ritorno, tra le insidie del deserto, oggi può capitare che l'aereo prenotato non arrivi mai. 
Eppure Timbuctu, o quel che resta di questa città, con le sue case decadenti e le strade invase dalla sabbia, con quel suo senso di abbandono e quella sua luce abbacinante, conserva ancora oggi un fascino tutto particolare. Quello di una città incantata, vittima di un sortilegio che obbliga chi la visita ad andare oltre il visibile per scoprire l'invisibile, ad aggrapparsi a ciò che resta per rispolverare la bellezza e i fasti del passato. E, in effetti, c'è ancora molto a cui appigliarsi per fare un salto indietro nel tempo. Basta saper guardare.
C'è la moschea di Sankoré, ad esempio, sede di una prestigiosissima università, che ha conosciuto il suo massimo splendore nel XVI secolo quando ospitava oltre 2.500 studenti. 
Ci sono altre tre moschee, la più antica delle quali, quella di Djinguereber, risale al XIV secolo. Ha una porta molto particolare, questa moschea. All'apparenza è identica a tutte le altre porte di Timbuctu, realizzate da generazioni sempre dalla stessa famiglia, che ne conserva i segreti e l'arte. Nessun altro può azzardarsi a insidiare questo privilegio, altrimenti sarebbe colpito da maledizione. Ma la porta della moschea di Djinguereber, quella che dà sul cortile interno, ha un'altra particolarità: non ha né maniglia né chiavistello. Nessuno può aprirla o attraversarla, perché essa custodisce i misteri di Timbuctu.
In città restano anche duecento case medievali e alcune delle 180 scuole coraniche, che attiravano sapienti, studiosi e intellettuali da tutto il mondo arabo. Testimonianze di un'epoca in cui Timbuctu era un importantissimo centro religioso, scientifico e letterario. Oltre che un crocevia di grandi commerci, dal sale all'oro, dalle spezie ai manoscritti. 
Quest'ultimi, in particolare, rappresentavano proprio la specialità di Timbuctu. 
Ancora oggi se ne trovano oltre quindici mila raccolti nel Centre de Recherches Historiques Ahmed Baba (Cedrhab), il Centro di ricerche storiche, creato nel 1973 ed intitolato ad Ahmed Baba, uno dei più importanti studiosi dell'università di Sankoré, autore di una cinquantina di opere, che coprono tutti i campi del sapere, oggi disperse tra il Marocco, il Mali e la Mauritania. 
Grazie ai finanziamenti dell'Unesco, e al contributo finanziario di alcuni Paesi arabi, il centro Ahmed Baba ha potuto raccogliere e acquistare preziosi documenti appartenenti a tribù o antiche famiglie.
Si tratta, in molti casi, di opere di valore inestimabile, come antichissimi corani miniati in oro, trattati di ottica, farmacopea, fisica... Tra i pezzi più preziosi, un volume di diritto islamico del XIII secolo, un commento al Corano della stessa epoca, un trattato di medicina in versi di Avicenna (vedi inquadrato 1) e una biografia del profeta Maometto del XVII.
Molti dei manoscritti conservati nella biblioteca sono scritti in arabo, molti altri sono opera di autori autoctoni, non ancora sufficientemente studiati.
Si tratta di opere che potrebbero modificare sostanzialmente la storia dell'Africa sahariana e saheliana, così come ci è stata trasmessa sino ad oggi, le cui fonti risalgono quasi esclusivamente ai colonizzatori francesi, come del resto la maggior parte delle opere di africanistica. Ma anche quello che è considerato il centro più ricco di manoscritti dell'Africa subsahariana, che per anni ha richiamato ricercatori dal Maghreb, dall'Europa e dall'America, sta vivendo una difficile situazione per mancanza di risorse umane e finanziarie. (cfr. Inquadrato 2)

 

Inquadrato1 

AVICENNA E AVERROÈ

Tra i testi conservati nel Centro Ahmed Baba di Timbuctu, figura anche un prezioso trattato di medicina in versi di colui che nel mondo occidentale è conosciuto come Avicenna. Si tratta di Abu Ali al-Hussein Ibn Sina, nato in Persia nel 980, e morto nel 1037. Studioso, filosofo e medico, è stato, secondo la leggenda, grande conoscitore del Corano già a dieci anni e medico dottissimo a diciotto. 
Ma il suo orizzonte di conoscenze si allarga anche al mondo greco, di cui era grande ammiratore e studioso, interessandosi in particolare alla filosofia e all'arte medica greca: approfondisce Ippocrate e Galeno, Platone ed Aristotele, derivando da questi autori numerose teorie, quasi a dimostrare che non solo tra materie ma anche tra lingue e culture diverse non esistono barriere per la passione del conoscere. Autore arabo, grande ammiratore della cultura greca, a sua volta influenzò molto il sapere occidentale, in particolare la medicina: la sua opera Qanum fit attibb, tradotta in latino con il nome di Canon Medicine, fu uno dei libri più utilizzati nelle università. 
Oltre ad Avicenna, un altro grande intellettuale arabo segnò profondamente la cultura occidentale. Si tratta di Ibn Rushd, o Averroè, nato a Cordova nel 1126 e morto a Marrakech nel 1198. Filosofo, giurista, medico e astronomo, Averroè poteva vantare una cultura vastissima. Oltre a commentare il Canon di Avicenna, si dedicò alla traduzione e al commento delle opere di Aristotele, un lavoro colossale, al quale dedi-cò 15 anni della sua vita, riuscendo a tradurre quasi tutti i testi del filosofo greco. Egli stesso fu autore di opere filosofiche, in cui e- spresse teorie di una straordinaria modernità, quale l'esistenza dei diversi criteri di interpretazione dei testi. 
Le sue dottrine vennero insegnate in Europa fino al XVIII secolo e a lui devono molto Tom-maso D'Aquino, Bacone, Spinoza e Leibnitz.

 

Inquadrato 2

SALVARE LA MEMORIA DEL DESERTO

"Gli antichi manoscritti del Sahara e del Sahel: riscoperta, salvaguardia e valorizzazione": è il titolo di un convegno organizzato anni fa dall'Istituto Internazionale di Antropologia di Parigi. A conclusione di quell'incontro, cui parteciparono studiosi e rappresentanti governativi provenienti da numerosi Paesi europei e africani, fu elaborato un appello per salvare i manoscritti appartenuti alle biblioteche del deserto. Questi, in sintesi, furono gli interventi suggeriti dagli esperti:
"1) Creare un comitato euroafricano permanente per la salvaguardia, il restauro e la pubblicazione degli antichi manoscritti.
2) Esortare l'Unione Europea e le Organizzazioni non governative a inserire interventi culturali nella propria politica umanitaria o di cooperazione, nonché reperire i fondi necessari per le emergenze di salvaguardia del patrimonio storico di questi Paesi 
3) Chiedere agli Imam delle moschee, ai responsabili religiosi e alle famiglie che detengono gli antichi manoscritti, di autorizzare i ricercatori di tutto il mondo e esaminarli ed eventualmente filmarli, con l'obiettivo di costituire un catalogo generale completo dell'immenso quanto trascurato patrimonio scritto. 
Correva l'anno 1998: molte di queste raccomandazioni sono rimaste inascoltate. Non sono però mancate lodevoli iniziative per salvare i manoscritti, promosse da centri di ricerca (citiamo il Centro di archeologia africana di Milano), organizzazioni di solidarietà internazionale (le associazioni Africa 70 e Les amis italiens), enti privati (da segnalare l'originale progetto "Fly Flash", il cui "veliero" futuristico ha traversato 1800 km di deserto per consegnare alla biblioteca di Chinguetti speciali teche per la conservazione dei volumi), università e comuni italiani (sono una ventina i gemellaggi attivati con atenei e località della Mauritania e del Mali). 
L'Istituto mauritano di ricerca scientifica e la Fondazione nazionale salvaguardia città antiche, entrambe con sede nella capitale Nouakchott, si impegnano da tempo a favore di questo patrimonio, ma gli investimenti necessari stentano ad essere reperiti. Anche istituzioni private, come la Fondazione Sid'Ahmed Ould Abott di Chinguetti, si battono per la sopravvivenza dei manoscritti. 
La società civile e gli enti locali, dunque, si sono mobilitati per recuperare e tutelare la memoria del Sahara. Ora si attende l'intervento - economico e politico - dei grandi attori della cooperazione. 
Marco Trovato