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“Un futuro condiviso, benedetto da Dio...”

di Maddalena Masutti

"Non basta più, oggi, cercare la pace tramite l'assenza della violenza e dei conflitti. Occorre procedere in modo nuovo, con un impegno di qualità che porti verso l'unità delle religioni. Quindi verso un futuro condiviso e benedetto da Dio". (D. Talwalkar).

L'urgenza di unità

Didi Talwalkar è la giovane studente indiana che, all'incontro di preghiera per la pace ad Assisi, il 24 gennaio scorso, portò all'assemblea il messaggio del gruppo religioso indu a cui appartiene. Il Swadhayaya è un movimento iniziato nel 1958 da Shri Pandurangshastri Athawale, che, puntando sull'eredità classica della religione indu richiama un aspetto particolare: abbattere le barriere tra uomo e uomo e trasformare la devozione verso Dio in una forza sociale che permetta all'individuo di superare l'odio e la grettezza. Il movimento è ormai diffuso in 80.000 villaggi in 18 stati diversi dell'India.
Il fondatore era animato dalla convinzione che i problemi personali, familiari, nazionali e mondiali possono essere risolti solo con la forza della preghiera e della religione. Da qui l'urgente, accorato appello a consolidare l'armonia delle forze che sgorgano dalla vitalità delle religioni. 
All'incontro di Assisi, Didi Talwal-kar aveva espresso con fermezza che la religione, se viene compresa rettamente, è la forza propulsiva che può restaurare l'armonia e l'unità tra “il mondo interno ed esterno". Un richiamo esplicito all'importanza dell'interiorità tanto cara alla spiritualità indiana.

Niente pace nel mondo senza la pace nei cuori

Tutte le grandi religioni constatano, con sempre maggiore evidenza, lo stato di sfiducia, insicurezza, paura ed angoscia dei propri appartenenti. Non si riesce più a trarre, dal proprio grande passato, quella tranquillità di spirito che è necessaria per guardare al futuro in modo costruttivo e sereno. Perplessità di ogni genere, difficoltà economiche sempre più pressanti, dislivelli di tenori di vita e forme di ingiustizie che ingigantiscono invece che diminuire, distolgono dall'amore per la vita. Viene meno la gioia di una convivenza pacifica cercata e voluta. I singoli si trovano sempre più ripiegati su se stessi, legati da un antagonismo sfrenato, con un bisogno di protagonismo che sfugge ad ogni controllo.
Tutto punta idealmente verso dimensioni mondiali, ma in concreto non si sa dove questo mondo stia andando. Non lo si può prevedere. Non solo il futuro in genere, anche il nostro particolare futuro sfugge alle nostre prospettive, creando timori ed angosce. La spinta che poteva in passato creare nei singoli il desiderio di contribuire a cambiare qualche aspetto della società o a renderla più equilibrata ed umana, sembra non esistere più. E' considerata una velleità e può far ridere. La società che ci siamo costruiti ha di mira decisamente l’arricchire, e diventa sempre più frenetica ed economicamente squilibrata. Mentre in passato la società era costretta ad aiutare i suoi membri ad affrontare rischi di ogni genere: cataclismi, pestilenze, invasioni... noi abbiamo aiutato e stiamo aiutando la nostra società a creare lei stessa ostacoli di ogni genere: inquinamento dell'aria, dell'acqua, dei terreni, surriscaldamenti, cambi di clima e di stagioni. Abbiamo scoperto l'energia atomica permettendole di distruggere e di tenerci sotto la morsa della paura. Il fatto più grave è forse legato all'incapacità di trarre dal passato conoscenze da trasmettere e investire per il futuro.

Per le singole persone

Ai credenti non sono riservate conoscenze rassicuranti sull'avvenire per il fatto di essere credenti, ma per loro c'è un senso di speranza. La fede cristiana assicura la venuta del Regno di Dio. E’ un evento che non si può spiegare a parole o ricavare ordinariamente dai fatti. Fa parte di una rivelazione che dal punto di vista del linguaggio si traduce in saggezza, quella forma particolarissima di conoscenza, che non è fatta di molte nozioni o di solo puro cervello. E' vitale, capace di dare assicurazioni di fondo e creare equilibrio. 
Nella società desacralizzata di oggi al posto del Regno di Dio viene prospettato il miraggio della globalizzazione.
Si parla di villaggio globale come di qualcosa di accogliente e di intimo che ci dovrebbe unire come in un'unica grande famiglia. Benestante. 
In realtà questo mondo globale è attraversato da spaccature, e talvolta da voragini, che ci rendono estranei gli uni agli altri, incapaci di comprenderci e pronti pure ad odiare. Da qui le grandi lacerazioni tra Nord e Sud, bianchi e neri, ricchi e poveri, oriente e occidente, padri e figli... Situazioni spesso di grande impotenza per i singoli individui. 

Che cosa fare? 

Al vescovo Claverie, ucciso in Algeria, avevano chiesto quale senso avesse per la Chiesa cattolica e in particolare per i missionari, rimanere in un paese dove la persecuzione era palese e i pericoli continui. "Noi non scappiamo di fronte ai contrasti e alle lacerazioni che crocifiggono l'umanità lacerandola nel suo rapporto con Dio e con gli altri. Riusciamo a veder balenare anche nell'ambito di gravi contrasti uno spiraglio di risurrezione, quella presenza nascosta che ci fa pensare al Regno di Dio".
Essere presenti alla realtà nelle difficoltà quotidiane, come nelle situazioni più gravi è un dovere personale. Innanzitutto comporta “essere con gli altri” ciò significa molto più che assistere impassibili alle sventure per il semplice fatto che non si può fuggire. Quando si è con gli altri nel disagio, si vive cioè con loro nella sofferenza, diviene più consono e doveroso prendere dei provvedimenti. Non tanto nel modo di fare quanto nel modo di essere. Se ci si trova così gravati dall'ingiustizia da non sapere più chi si è, o si vive assieme il peso del potere, della discriminazione incontrollata, la trasformazione di ciò che siamo può imporsi e diventare determinante. Senza essere assieme agli altri, per noi è difficile scoprire una nuova propria identità.

Influssi interreligiosi

La difficoltà di comunicare anche nelle cose più semplici e con le persone più vicine dà a volte l'impressione di trovarsi su emisferi diversi. Ma le nostre convinzioni religiose e il modo con cui trasmettiamo la nostra fede hanno il potere incredibile di rievocare l'avvenimento della risurrezione. Avvenimento realizzatosi per tutti e capace di riavvicinare anche oggi, in ogni evenienza. I suoi segni irrompono dentro di noi come gesti di trasformazione e liberazione. Hanno un'importanza relativa età, cultura, luogo dove si vive o come si è vissuti finora. Ogni momento è buono per scoprire che il cristianesimo è il modo scelto da Dio per irrompere nella nostra vita. "Cristo fa nuove tutte le cose", apre tutte le prospettive per un'esperienza di Dio nella storia che ci fa aprire agli altri e togliere dalla solitudine. A volte aiuta la religiosità altrui. Il francese Arnaud Desjarins, di formazione protestante, negli anni sessanta aveva girato parecchi films su figure di saggi indiani, buddisti, sufi, che non mancavano ogni volta di metterlo in discussione. 
Alla fine trovò un maestro: Swami Prajnanpad che lo guidò ad un radicale cambiamento nel modo di essere e di pensare. All'età di 47 anni, Desjarins lasciò il cinema e si mise ad insegnare, convinto che è compito in buona parte del maestro creare il legame tra l'ispirazione spirituale e la realtà concreta. Sottolineava che non c'è paragone tra la conoscenza e la padronanza di sé che può venire da una psicanalisi anche professionalmente condotta, e l'efficacia propria di chi è motivato da uno scopo spirituale, religioso.
"Anche se il maestro per me è stato un indu, (sono le sue parole) io non ho mai sentito il bisogno di lasciare la mia religione cristiana per sceglierne un'altra. Il fine è lo stesso". Ed egli lo esprime con le parole di S. Paolo: "In lui, Cristo, noi siamo, ci muoviamo e viviamo”. 
Desjarins paragonava la grazia ad un deposito di acqua sorgiva che la pressione di una pompa fa sgorgare dal suolo. “Posso avere la convinzione che ciò che Cristo ha detto è vero e capace di illuminare l'esistenza, ma per arrivare a mettere in pratica i suoi insegnamenti ho bisogno di un aiuto concreto. Ciò che gli indu chiamano guru è prima di tutto un servitore. Nel suo cuore rimane un discepolo, debitore in ogni istante della vita al suo proprio maestro”.
La Chiesa ha sempre tramandato gli insegnamenti di Gesù Cristo Figlio di Dio, Maestro per eccellenza. Essa stessa ha formato eccellenti guide spirituali. 

Il metodo non cambia

A. Desjarins rifiuta fermamente il sincretismo affermando che il metodo da seguire sul sentiero spirituale può essere espresso in parole prese dal sanscrito, se ci si appoggia sugli insegnamenti delle Upanishad, ma “lo stesso metodo, proprio lo stesso”, può essere appoggiato sulle citazione del Vangelo, senza falsificazioni o distorsioni”. Prende ad esempio le parole di Gesù: “La luce del corpo è l’occhio. Se il tuo occhio è sano, tutto il tuo corpo è illuminato”; si tratta di un insegnamento molto profondo comune a tutte le tradizioni. Lo sguardo sano, equilibrato, è indice di vigilanza su cui insistono tutti i maestri. Si acquista tale vigilanza, tale consapevolezza, tramite la riflessione interiore, la meditazione che consiste nel mettersi davanti a Dio e a se stessi senza lasciarsi trasportare da angosce e turbamenti. “Non lo si ripeterà mai abbastanza: la conoscenza di sè e la vigilanza interiore sono state troppo lasciate da parte in Occidente. Per questo oggi vengono tanto cercate e per vie diverse”. 
L’nterferenza di metodo non inquina le verità religiose di fondo e può contribuire all’unità di intenti.