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“Fare la doccia a Tangeri”

E’ questa l’espressione usata dai marocchini quando rientrano al paese. Un modo per definire umiliazioni e incrostazioni della vita da immigrato, in attesa di riassumere il ruolo di capofamiglia, a casa.

Testo di Vito Chiummo Foto di Maurizio Totaro

 

Tre giorni di autobus, da Milano al cuore del Marocco. 
Cronaca di un viaggio sospeso nel tempo.Mezzo giorno di uno dei primi giorni di luglio in piazza Duca d'Aosta, Hamed, quarant'anni, anno più anno meno, torna a casa. Come se il mondo e il caldo lo sfiorassero appena, riesce a sistemare in tutta calma nel bagagliaio del pullman la mountain bike, il ventilatore, il frigo bar e le due grandi valige piene di regali, mentre intorno al veicolo targato Casablanca è tutto un passarsi pacchi, un turbinare di gente allegra e indaffarata. Lui, appena accovacciato, spinge bene fino in fondo al bagagliaio l'ultima valigia, fa attenzione a non sbattere la testa contro il portellone e poi si alza piano piano e con un fazzoletto si asciuga il sudore, sistema la giacca, si fa spazio tra la folla, sale sul pullman già infuocato e ancora vuoto di gente, prende posto al numero 43 accanto al finestrino. Da questo rigidissimo mezzo metro di vellutino color amaranto quasi non si sposterà per i tre giorni a venire, il tempo di arrivare da Milano a Fqih ben Salah.

La metamorfosi di Hamed

L' Hamed silenzioso e serio che si appresta a partire sul pullman che separa con un solo trattino sul biglietto di viaggio una metropoli europea da un piccolo paese del centro del Marocco, è uomo affatto diverso da quello che abbiamo conosciuto in questi anni a Milano. E' come se in lui fosse cominciata questa mattina, durante i preparativi, una metamorfosi a tratti goffa, ma di una goffaggine attenuata da quell'autoironia sferzante che impedisce, a chi lo osserva, un qualsiasi rimprovero. 
Una metamorfosi di cui Hamed è artefice cosciente: occorre passare da una vita a un'altra, dai giorni forse duri e a volte freddi, ma avventurosi e splendidamente solitari spesi in Italia, alle responsabilità di immagine che Hamed presume ci si attenda da lui in Marocco, ai doveri normalmente imposti dal fatto di avere una moglie, quattro figli e una valanga di parenti. Per questo passaggio occorre estrema concentrazione, tre giorni di viaggio lentissimo possono aiutare. 
I colori, i sapori, l'aria che cambia bisogna assaporarli a poco a poco se non vuoi che ti diano alla testa, mi aveva risposto, con voce troppo ispirata per non sembrare una presa in giro, un giorno in cui gli chiesi come mai non prendesse l'aereo, o l'auto, certamente più veloce di questo pullman sgangherato.
E allora lui, di solito così loquace e rumoroso, facile alla battuta e aperto alla compagnia, uomo di intelligenza viva e curiosa, gran lavoratore e gran puttaniere - come signorilmente lo definisce il suo padrone brianzolo - quando l'autista mette in moto e il diesel comincia a sobbalzare, socchiude la tendina in modo che restino scoperti pochi centimetri. 
Quanto basta per lasciarsi scorrere davanti agli occhi le strade di Milano, le file di auto in vacanza ferme ai caselli delle autostrade di Francia, le infuocate carretteras spagnole, il tramonto del porto di Algesiras, le luci di Tangeri. La gente che per tutto il viaggio attorno a lui canta, chiacchiera e russa è per Hamed solo un piacevole e ben conosciuto sottofondo.

Per costruirsi un futuro

Sul pullman Hamed è uno dei più anziani. Con noi ci sono un paio di famiglie, e anche una donna sola con i suoi due bambini. Tutti gli altri sono uomini e sono giovani, fra i venti e trent'anni. E' nato nei primi anni sessanta nella campagna della regione di Benì Mellal da una famiglia poverissima. 
Primo di otto figli, ha dovuto imparare presto a cavarsela aiutando un padre severissimo a lavorare nei campi e facendo chilometri a piedi per raggiungere i mercati. Un'appena percettibile ascesa sociale portò Hamed e la sua famiglia dalla campagna al più vicino centro abitato, Fqih ben Salah, nei primi anni settanta, quand'era ragazzino; i suoi fratelli minori cominciavano a frequentare le scuole a Benì Mellal (ora i due più giovani sono laureati e ovviamente disoccupati, come tantissimi in Marocco) mentre lui si dava da fare come un matto per cercare mille lavoretti e costruirsi un futuro. 
Finì per fare il meccanico, sposò, per scelta della madre, Fatima, l'attuale moglie, che il giorno del matrimonio - conservato in fotografia - aveva appena 12 anni e lui 15. Assieme misero al mondo due figli, Mustapha e Mohamed; ora, da quando due anni fa Hamed è partito per l'Italia, i figli sono diventati quattro, puntualissimi regali delle notti di rientro d'estate.
Come meccanico non se la passava male a Fqih ben Salah, ma se la passavano certamente meglio i suoi amici più giovani che di ritorno per le vacanze da Brescia, Bergamo e Milano gli portavano da aggiustare la loro auto con targa italiana, prima di andare a fare lo struscio per farsi vedere dalle ragazze. E così è partito anche lui. 

In Italia

In Italia è stato dappertutto e, come ritornato ragazzino, ha fatto di tutto: scaricatore al porto di Genova, aiuto pizzaiolo a Torino, agricoltore nel Piacentino, ora gira la Brianza per una ditta che cura i giardini delle villette. Appena può si fa qualche mercato rionale vendendo borsette, oppure occhiali, qualche volta giocattoli. Ogni tanto sparisce per un paio di mesi, magari è andato in Spagna a vedere che cosa si riesce a fare laggiù, se per caso non sia vera quella voce secondo cui il governo di Aznar si appresterebbe a concedre una sanatoria per gli stranieri senza permesso di soggiorno. E se quando torna non riesce a trovare un posto dove abitare, non si scompone: abbassa il sedile dell'auto e si prepara a passarvi la notte.
Durante tutto il viaggio Hamed quasi non aveva aperto bocca, preso com'era dalla metamorfosi in corso, solo una notte, sarà stata l'aria calda e dolce che entrava dai finestrini mentre percorrevamo la Spagna, saranno state le lucine verdi del pullman, e quella stanchezza tranquilla e intima che aveva preso tutti noi dopo tre giorni passati insieme in quella casa viaggiante, come se le sue parole appena bisbigliatemi all'orecchio non avessero fatto altro che passare dal cervello alle labbra, mi disse: "tra non molto con i soldi guadagnati in Italia tornerò in Marocco e aprirò una piccola agenzia di trasporto commerciale. Darò un buon futuro ai miei figli e starò accanto a mia moglie". 
Poi come svegliatosi di soprassalto, con un sorriso complice aggiunse: "Prima, però, voglio assaporare la vita: la mia anima è rimasta in Marocco, ma il mio corpo per il momento si trova bene in Italia..."

Verso Fqih ben Salah

L'Hamed che abbiamo conosciuto a Milano è un omone grande e grosso che qualche sera prima di partire, durante una partita del Marocco trasmessa in televisione, si è preso una sbornia tanto rigorosa che il padrone del bar è stato costretto a premiarlo con mezza confezione di boeri e due bottiglie di amaro Averna per l'alta resistenza all'alcool dimostrata sul campo di battaglia. 
Ed è lo stesso che ora, in viaggio verso Fqih ben Salah, con aria serafica da pecorella smarrita, ha scelto di sedersi accanto al giovane imam con la barba lunga e la jellaba bianca che di tanto in tanto gli legge alcuni passi del Corano. Lui ascolta con attenzione e annuisce da vecchio saggio. Quando il pullman si ferma in un autogrill lungo la strada, Hamed corre subito giù e mentre gli altri si sgranchiscono le gambe accompagna il giovane e seriosissimo imam alla toilette. E' premuroso come un cagnolino, e ha l'aria di chi vuole farsi perdonare qualcosa. 
Hamed è uno che a Milano, ogni sabato, puntuale come un orologio svizzero, perlustra le strade alla ricerca di una ragazza con cui fidanzarsi per una notte. Ed è lo stesso che ora, in questo viaggio purificatore verso il Marocco, con aria di rimprovero mi dice in un orecchio di non chiacchierare troppo con quella signora grassa e truccata in modo appariscente: "E' una puttana", come se lui non ne avesse mai avvicinata una.
E' mezzogiorno del terzo giorno di viaggio quando arriviamo a Fqih ben Salah. Poco prima Hamed mi aveva parlato dei quattro figli e dei regali che avrebbe fatto ad ognuno: la mountain bike, la maglietta del Milan, la Barbie e il fornellino elettrico.

Della moglie...

Della moglie non una parola, se non su mia richiesta: "E' una donna, sta aspettando". L'ostentata sicurezza della sua risposta mi aiuterà a capire quanto, alcuni giorni dopo, mi dirà il figlio maggiore di Hamed, Mustapha: "Anch'io voglio partire con mio padre per l'Italia, ma ogni volta che ne parlo con mia madre lei comincia a guardarmi con una faccia triste e allora io sto zitto e non dico più niente per non farla star male". 
Ad aspettare Hamed alla stazione dei pullman c'è Mustapha, bacia tre volte questo padre che sembra un re, incredibilmente fresco come una rosa nel suo spigato blu e che ai suoi occhi deve apparire severissimo. In silenzio, rispettoso, carica tutti i bagagli sul petit-taxi.