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Dio è grande in misericordia

di Gianbattista Maffi

 

“Dio il più grande in misericordia” è l’attributo con cui ha inizio il libro del Corano e ogni suo capitolo. Con lo stesso attributo inizia e finisce ogni discorso e ogni scritto musulmano.

 

L'amore "materno" di Dio.

Nel Corano e in tutta la Tradizione musulmana, l'attributo di Dio di gran lunga più citato e uno dei Bei Nomi più usati è quello di Misericordioso (rahmân, in arabo), il più grande in misericordia. 
Questo attributo è menzionato nel primo versetto del Corano e ripetuto, poi, all'inizio di ogni capitolo, o sura. Esso è anche l'inizio di ogni discorso e di ogni scritto musulmano, lungo la storia e fino ai giorni nostri, cioè: "Nel nome di Dio il Misericordioso, il più grande in misericordia". Abitualmente troviamo l'espressione analoga, in lingua italiana: "Nel nome di Dio clemente e misericordioso", la quale, però, non riflette l'intensità del concetto espresso nella lingua araba. Questo termine, (rahmân), infatti, ha una connotazione che richiama l'amore incondizionato e connaturale della madre verso il proprio figlio, un legame affettivo con la creatura che ha portato in grembo e che ha segnato in modo definitivo la sua esistenza.
Un bel commento "figurato" a questo attributo divino è dato da una tradizione musulmana che ci aiuta a capirne il senso esatto.
Furono presentati alcuni schiavi all'Inviato di Dio (Maometto). Tra questi c'era una donna la quale continuamente cercava dei bambini in tenera età, e quando ne trovava uno lo prendeva, lo metteva al suo seno e lo allattava.
L'Inviato di Dio ci disse: "Pensate voi che questa donna sarebbe capace di gettare il suo bambino nel fuoco?" Noi gli rispondemmo: "O Dio, no! Non potrebbe mai fare una cosa simile!" L'Inviato di Dio dichiarò: "L'amore (materno) di Dio (rahmân), verso i suoi servitori è ancor più grande di quanto ne abbia questa donna verso il bambino che ha allattato".

Il riferimento biblico

Il finale di questa tradizione è stato ripreso in modo pressoché diretto dal libro del Siracide e dal profeta Isaia:
"Sarai come un figlio dell'Altissimo, ed Egli ti amerà più di tua madre". (Siracide 4,11).
"Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non mi dimenticherò mai". (Isaia 49,15).
Nei tre contesti citati, l'amore di Dio è caratterizzato da una forte connotazione materna, sottolineata anche dall'etimologia comune del termine che indica questo amore di Dio (rahmân), e il grembo della madre (rahim) che ha portato e allattato il figlio. 
Ciò potrebbe indurci a dire che se per un musulmano Dio non è Padre, come invece lo è per un cristiano, Egli avrebbe i tratti sentimentali di una madre. Anche se questa affermazione non è accettata dai musulmani, è pur vero che essi ignorano, spesso, il senso profondo e la portata dei testi delle loro Tradizioni.

Amore di Dio e sentimenti materni

Un altro racconto, riportato nella più importante raccolta di Tradizioni musulmane, viene a confermare quanto abbiamo appena affermato Dio ha detto: "Io sono il Misericor- dioso (rahmân), e ho creato il seno materno (rahim), per il quale ho fatto derivare un nome (il seno materno, appunto) dal mio nome: il Misericor- dioso".
Possiamo constatare che anche in questo passaggio viene sottolineato il legame stretto fra l'amore di Dio e i sentimenti che possono essere considerati e compresi come i sentimenti che provengono dal grembo di una donna, soprattutto da una madre. Anche se a Dio non possiamo attribuire dei sentimenti, caratteristici proprio delle creature, non del Creatore, però il modo più significativo per descrivere l'esperienza del credente è qui rappresentato nei sentimenti di una madre.
Le nostre differenze sono complementari. "Se Dio avesse voluto, avrebbe fatto di voi una comunità unica, ma ciò non ha fatto per mettervi alla prova...Cercate dunque di superarvi gli uni gli altri nelle opere buone". (Corano 5,48)
Un'altra Tradizione musulmana recita: "Le vostre differenze sono una misericordia che nasce dal cuore del vostro Signore".
Potremmo dire che essa è un commento al versetto del Corano sopraccitato. Queste affermazioni attribuite al profeta dell'islâm, si riferiscono, con molta probabilità, alle differenze tribali dei suoi primi discepoli, causa di non pochi problemi interni alla comunità primitiva.
Potremmo, però, applicare analogicamente le stesse affermazioni alla differenza esistente tra cristianesimo e islâm riguardante la visione di Dio. In questo senso, sarebbe legittimo chiederci se ogni comunità di credenti, attraverso il proprio atto di fede e il modo concreto di viverla, non sarebbe la testimonianza di un attributo particolare di Dio. Un Suo modo di essere, percepito e riflesso dai credenti che lo cercano con cuore sincero.

La nostra testimonianza di cristiani

Noi cristiani saremmo, in questo caso, chiamati a manifestare il carattere paterno di Dio, che si realizza pienamente in Gesù Cristo, il Figlio Unigenito del Padre e, conseguentemente, in noi che siamo i figli per adozione dell'Unico Padre. I musulmani, dal canto loro, sarebbero i testimoni della trascendenza divina vissuta nella proclamazione esigente e conseguente dell'unità e dell'unicità di Dio. 
Questa visione complementare dell'esperienza religiosa è stata espressa, in modo forse un po' esagerato ma sincero, da un grande mistico musulmano del XIX° secolo, Abd al-Qader, il quale, facendo parlare Dio, dice: 
"Io sono l'adorante e l'Adorato in ogni aspetto. Sono Io il Signore, Io sono lo schiavo. 
Talvolta mi vedi nei tratti di un musulmano, di un musulmano perfettamente sobrio e pio, umile e sempre supplichevole!
Altrove mi vedi correre nelle chiese, la cinghia stretta forte ai miei reni.
Io dico: 'Nel nome del Figlio' dopo aver detto 'Nel nome del Padre' infine 'Per lo Spirito Santo'. Questo è il risultato della ricerca sincera di Dio, non quello di un inganno".
Al di là di ogni sincretismo e relativismo religioso, scorretti e inutili, possiamo chiedere a Dio la grazia di saper riconoscere negli altri il modo attraverso il quale Lui si fa conoscere, amare e servire, così da allargare gli orizzonti dell'anima, gli spazi della nostra tenda di pellegrini alla ricerca dell'Unica Sorgente e Fonte di vita.