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I Nuer

Popolo dalla storia e dalla cultura di eccezionali particolarità 

di Camilla Marini        foto di Francesco Laera

 

Popolazione nilotica del Sudan meridionale i Nuer sono forse una delle etnie più conosciute dagli antropologi ed etnologi, anche grazie gli studi condotti da E. E. Evans-Pritchard a partire dal 1940. Ma come mai tanto interesse per questo popolo?

 

I motivi sono tanti e, anche trascurando in questa sede le cause tristemente note, legate alla guerra civile (ormai ventennale) in Sudan, ci troviamo ad affrontare una cultura e una storia dalle particolarità eccezionali, su fronti che vanno dalla religione, alla stratificazione sociale, la politica e l'economia. 
Se davvero la comprensione, dal punto di vista storico ed antropologico, di una cultura diversa dalla propria implica il calarsi completamente in tale realtà, come avvicinarsi ad una società tanto differente dall'Occidente come quella Nuer? Dovrà l'osservatore esterno abbandonare ogni speranza? No, a patto che si ricordi che i dati in suo possesso derivano sempre da studi necessariamente parziali e "inquinati", anche se di altissima importanza e valore culturale come quelli di Evans-Pritchard. Ricordato che i Nuer sono una tribù costituita da circa 65.000 individui (censimento del 1998), si cominci con l'inquadrare la loro struttura sociale partendo da quello che è il loro lavoro. 
Nè pienamente sedentario, nè unicamente nomade, questo popolo pratica indifferentemente l'allevamento di bestiame, la pastorizia e l'agricoltura. La vita nei villaggi si svolge prevalentemente nella stagione delle piogge, mentre la vita nei campi segna la stagione secca. La sistemazione e l'ampiezza dei villaggi, durante la stagione delle piogge, e la direzione degli spostamenti, durante la stagione secca, sono determinati dalla ecologia, ossia dalle condizioni ambientali. 
Le attività sociali, però, per quanto legate al ritmo ecologico, presentano un'alternanza leggermente sfasata rispetto a quest'ultimo: si pensi, ad esempio, alla stagione secca, che comincia non con la fine delle piogge ma con il loro declinare. E', questo, il periodo nel quale unicamente i giovani si trasferiscono nei campi, mentre il resto del villaggio si prepara a raggiungerli. 
Allo stesso modo, qualche tempo prima della fine della stagione secca, quando il cielo comincia a farsi più nuvoloso, l'attività dei Nuer si fa più frenetica e i giovani cominciano a tornare ai villaggi. Tali villaggi sono composti da un numero variabile di capanne circolari (ognuna delle quali è abitata da una sola famiglia) distanziate l'una dall'altra; ciascuna abitazione è dotata di uno spiazzo irto di paletti che affiorano dal terreno nel quale sono profondamente infissi. A ogni paletto è fissata una corda che termina con un cappio, a cui saranno legati per una zampa gli animali al ritorno dal pascolo; nel terreno si possono, poi, notare dei piccoli crateri, che, riempiti di sterco secco a cui è dato fuoco, eruttano un fumo acre utile a tenere le zanzare lontane dagli animali: i Nuer vivono, infatti, in una zona malarica. 

Il calendario

Il calendario Nuer è una relazione tra un ciclo di attività e un ciclo concettuale, e i due cicli non possono separarsi: il ciclo concettuale dipende dal ciclo delle attività dal quale trae significato e funzione. Sono le attività, in gran parte di carattere economico, ad essere fondamentali del sistema temporale: il tempo non è astratto e il suo trascorrere è percepito per mezzo delle relazioni tra un'attività e l'altra. Lungo il corso dell'anno, ad esempio, il tempo non ha lo stesso valore: durante la stagione secca il suo calcolo è più uniforme e preciso, mentre il calcolo lunare riceve minore attenzione. 
La scansione stessa degli anni, o meglio, il modo di riferirsi a questa unità di tempo ecologico, è sempre in relazione a un certo fatto: il luogo in cui il villaggio aveva stabilito i campi oppure qualche malanno capitato al bestiame. 

L’importanza del bestiame

I bovini sono il bene più prezioso per queste popolazioni, in grado di rischiare la loro stessa vita per proteggere la mandria e fondamentalmente pastori (dunque nomadi) nell'animo, per quanto costretti a praticare anche altre attività (dalla pesca alla raccolta, all'agricoltura). I buoi forniscono la maggior parte delle risorse vitali, dal latte alla carne al pellame e, oltre che per l'alimentazione, sono allevati in quanto simboli di ricchezza e preziosa materia di scambio nelle contrattazioni. Tanta è l'importanza attribuita al bestiame che gli allevatori sono capaci di distinguere varie centinaia di diversi tipi di animali solo in base al colore della pelle e alla forma delle corna e di dare a tutti questi un nome. 
Fatto apparentemente incredibile per chi non è allevatore, questa è l'ennesima prova di quanto la comprensione di una cultura sia una faccenda delicata per chi ne è alieno: per popoli che coltivano la terra una mucca non è altro che una mucca!
Il bue ha, però, un'importanza straordinaria anche all'interno della religione Nuer, essendo legato alla rete di sacrifici, parte fondamentale del corpo di credenze di questo popolo (studiato nel saggio di Evans-Pritchard: "Nuer Sacrifice"). 
Dunque il bue è uno dei "protagonisti" delle più importanti cerimonie sociali, come i matrimoni o le spartizioni di proprietà ( si veda la recente quanto effimera pace stipulata nel '99 tra i Nuer e i loro vicini e cugini Dinka, sancita, appunto, dal rituale sacrificio). 

Importanza dei sacrifici

I buoi sono anche sacrificati nei casi di calamità e quando una persona è gravemente malata. A questo punto si devono compiere, però, delle doverose precisazioni sul significato di questi sacrifici e sul valore attribuito all'animale sacrificato. 
Le occasioni in cui si compie il sacrificio sono raggruppabili in due categorie: appartengono alla prima i casi in cui si pensa che gli spiriti influenzino negativamente le attività umane. Questi riti sono più in relazione ai singoli che ai gruppi sociali e sono i sacrifici più diffusi, comprendendo i concetti di espiazione e propiziazione. 
Ci sono, poi, gli altri sacrifici, attuati nel caso di matrimoni, di riti di passaggio o di morte. La differenza più evidente fra le due categorie sta nel fatto, nota sempre Evans-Pritchard, che i primi tendono a "desacralizzare" un evento (se è lo spirito ad aver portato il male, l'evento viene desacralizzato quando lo spirito smette di agire negativamente) mentre i secondi sono di "sacralizzazione" (rendono sacro, cioè, il fatto profano, portando lo spirito presso l'uomo). 
Le cerimonie risultano incomplete se manca il sacrificio, ma spesso questo è solo un episodio in una serie di eventi che non hanno nulla di religioso. Se, come si è detto, il bue è l'animale sacrificale per eccellenza, si possono, in casi eccezionali, sacrificare anche mucche o, in mancanza di animali o in casi di estrema povertà , offrire addirittura un ortaggio (una specie di cetriolo). 

Il senso del sacro

E' qui evidente che chi o cosa viene sacrificato allo spirito è secondario rispetto all'atto e il Nuer sa benissimo che la carne e il sangue di quel bue o di quella vacca non è in sè‚ apprezzato dalla divinità (tanto è vero che viene mangiato poi dagli officianti). E' il gesto ad essere sacro essendo il corpo la parte materiale della funzione. Altra doverosa precisazione riguarda i motivi intrinsechi della celebrazione. Essa è, infatti, connessa con le relazioni interne all'ordine sociale e non con quelle fra gli uomini e l'ambiente. 
I Nuer non ritengono di poter influenzare Dio per il proprio tornaconto: ciò che accade è il volere della divinità e quindi è da accettare. Queste genti sono ben poco interessate a propiziare l'arrivo delle piogge, considerando, anzi, un fatto presuntuoso l'invocare la pioggia prima della semina. Quindi i sacrifici riguardano crisi morali o spirituali, non naturali. Vi sono alcune regole su chi deve officiare: un giovane ad esempio, non può compiere l'atto se c'è un uomo più anziano presente, ma questo è solo una convenzione sociale, si sacrifica a dio e a dio non importa chi è l'officiante, a patto che sia un maschio, però... le donne possono assistere come spettatrici, possono pregare, ma non compiere invocazioni. Fra i Nuer, inoltre, non esiste l'idea di una purezza cerimoniale: nè‚ l'officiante nè‚ chi sacrifica devono essere in uno stato particolare. 
Esiste, in ogni caso una sorta di canone per la cerimonia che è divisa in quattro atti fondamentali: la presentazione, la consacrazione, l'invocazione e l'immolazione. 
Ma a chi si sacrifica? Chi è il dio della religione Nuer (ri-cordando anche che ampie fasce della popolazione sono state, negli anni, cristianizzate)? I Nuer credono che Dio sia lo spirito del cielo o lo spirito che sta nel cielo e che esistano spiriti minori, alcuni nel cielo, altri sulla terra. 
Credono, inoltre, che Dio giunga sulla terra attraverso la pioggia, la luce e il tuono e che l'arcobaleno sia la sua collana, mentre il sole e la luna sono fra le entità materiali in cui egli si manifesta. Un'altra chiave della religione Nuer è la credenza che alcuni degli spiriti sulla terra siano stati un tempo persone. Ogni lignaggio tende ad avere uno spirito per antenato ( o meglio: un patriarca divenuto spirito). Quando un uomo o una donna muoiono, la carne, la vita e lo spirito si separano, la carne si ricongiunge alla terra mentre la vita vola fino a Dio. E l'anima? L'identità, la personalità rimane in vita come ombra o riflesso e se ne va nel suo regno (che è quello degli spiriti) con il sacrificio del bue.

La struttura sociale e politica dei Nuer. 

Peculiarità di questa etnia, rimarcata da tutti gli studiosi, (da Evan-Pritchard in poi), è la loro assenza di Stato, una forma di anarchia dove il potere non è centralizzato, ma non per questo genera caos. In realtà, per quanto manchi uno strumento statale per mantenere l'ordine sociale, quest'ultimo non difetta certo presso le tribù Nuer.
Anche se di Stato vero e proprio non si può parlare, si può, comunque, fare riferimento alle sue manifestazioni e conseguenze.
Innanzitutto, fra i Nuer non esistono propriamente funzionari politici specializzati e manca una struttura organizzativa dell'autorità, sostenuta dalla forza fisica; eppure questo tipo di società possiede un certo ordine e continuità della sua struttura, che si può, in un certo senso, definire politica. 
Il fatto che l'autorità politica possa essere largamente distribuita (ad esempio fra gli anziani di diverso rango e i capi di lignaggi) e sia sostenuta da sanzioni religiose o magiche piuttosto che da una forza fisica organizzata, non significa che non ci sia un'autorità (seppure relativamente non specializzata e molto difficilmente individuabile). 
Sta di fatto, però, che, mancando tra i Nuer qualcosa che assomigli a un potere giudiziario centrale, anche la concezione delle ingiustizie e la suddivisione tra diritto penale e civile è ben diverso da quello cui siamo abituati. 
Tutte le ingiustizie sono, per loro, intese come ingiustizie commesse contro certe persone o gruppi di persone, non contro lo "Stato" o contro la "legge", intesa come complesso ufficiale di regole decretate. 
Anche fra i Nuer, però, esistono i crimini, i delitti e le sanzioni: fra queste ultime la più evidente è senza dubbio la "faida di sangue" (equivalente alla legge del taglione: occhio per occhio, dente per dente).
Essa è organizzata nella misura in cui implica una procedura riconosciuta; non è organizzata quando non presenta un meccanismo formale per ogni fase della procedura. 
La faida di sangue costituisce un caso di sanzione secondaria, riguardante, cioè, i delitti privati e non quelli pubblici. 
Vi è una sostanziale differenza tra società e società nel considerare certi delitti privati e altri pubblici. Il diritto civile, così come è inteso nelle società occidentali, è una sanzione secondaria, in quanto una causa civile di solito non è iniziata dalla comunità o dal rappresentante di questa (nei casi in cui esista uno Stato), ma è la parte lesa che prende l'iniziativa. 
Nella faida di sangue, poi, il pericolo che un uomo possa coinvolgere i suoi parenti in ostilità non volute può servire a trattenerlo dal commettere un omicidio e, in caso contrario, far seguire una azione istituzionalizzata per ristabilire lo status quo. 
E', questo, il caso in cui una faida venga risolta mediante il pagamento di un compenso, ricorrendo alla mediazione di un'autorità rituale, nota come "capo dalla pelle di leopardo". L'importanza dell'intermediario è data dal fatto che la sua presenza aiuta a "salvare la faccia", ritenendo i Nuer infamante l'accettare docilmente dei beni invece di un'altra vita. Le comunità Nuer, già sparpagliate dalla diversa collocazione geografica intorno ai territori nilotici, sono ulteriormente scisse in più tribù, divise in sezioni primarie, secondarie e terziarie secondo il lignaggio, che segue la discendenza patrilineare. 
Tra i Nuer i membri di lignaggi strettamente imparentati vivono di solito abbastanza vicini gli uni agli altri e si aiutano reciprocamente nell'allevamento del bestiame; uno dei motivi principali per cui non si parla di potere centralizzato all'interno di questa etnia è proprio la sua segmentazione, che non ha mai portato ad una preminenza di un lignaggio sugli altri e quindi al sorgere di un capo unico. 
In queste tribù l'essere membro di un lignaggio o il non esserlo è un aspetto più importante di quasi tutti i rapporti sociali, tanto che la coscienza di far parte di un lignaggio e l'attaccamento ad esso costituiscono la trama anche per i rapporti territoriali. 

Il “levirato”

Un aspetto della gerarchia in linea paterna è il levirato. Tra i Nuer (come tra gli antichi ebrei), l'esigenza di mantenere la discendenza maschile porta al passaggio della vedova al fratello o al figlio (naturalmente di altra moglie) del morto. Non vi è bisogno, però, di un nuovo matrimonio, l'uomo non diventa necessariamente il marito della donna, nonostante questa sia considerata "moglie" di tutto il suo gruppo.
L'importanza sociale del levirato è data dal fatto che esso consente a un uomo che muore senza figli di averne dopo la sua scomparsa. Caso estremo di levirato e vera e propria peculiarità dei Nuer, è il cosiddetto "matrimonio con un defunto": esso si ha quando a morire è un uomo non ancora sposato e a sposarsi, nel nome e nell'interesse dello scomparso, è il suo fratello più giovane. La sposa non sarà la moglie del fratello vivo ma di quello morto (spesso neppure conosciuto) e i loro figli avranno due padri: quello naturale e quello di diritto (morto). Un meccanismo complesso ma indispensabile per mantenere l'ordine di questa affascinante società anarchica.