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INTESA fra RELIGIONI e GUERRE di RELIGIONE

di Maddalena Masutti

 

"La religione, nessuna religione, da sola, spiega il perché di una guerra. Non costituisce motivi sufficienti per improntare un conflitto. Quelle che vengono chiamate "guerre di religione", non sono niente altro che "guerre di potere"

(J. Christophe Victor)

 

 

Come si può guardare al futuro, in modo costruttivo e sereno, sotto la minaccia di conflitti continui ricondotti spesso a motivi religiosi? Nel convegno di preghiera per la pace tenuto a Roma nel gennaio 2002 era stata auspicata non solo l'assenza di violenze, ma uno sforzo globale da parte delle varie religioni verso l'intesa e l'unificazione di intenti (cfr. "Africa"n° 4 pag. 20).

Qualche nota storica

Era ancora vivo il rumoreggiare di fatti sanguinosi in Algeria, e musulmani e indu sostenevano il loro bisogno di battersi per il Kashmir. Dopo la spartizione del 1947, i dirigenti dell'India e del Pakistan non cercarono gli elementi per studiare e documentare un trattato di pace tra i due paesi. Dissensi nacquero immediatamente per i confini. La noncuranza dei governanti diede adito, politicamente, alla nascita di integralisti che deformarono e strumentalizzarono la religione per far valere i propri diritti. 
Nell'ex Yugoslavia la guerra che ha opposto cattolici, ortodossi e musulmani non aveva lo scopo di convertire ciascuno alla propria fede, ma di conquistare e assicurare i propri territori. Anche in Indonesia il fattore religioso è attizzato da fazioni avversarie in cerca di potere. Si ingrandiscono le differenze invece che appianarle.
Ancora oggi per assimilare il Tibet, dove ogni cittadino è un buddista seguace del Dalai Lama, la Cina deve cercare di indebolire e screditare la religione. Eppure proprio nel Tibet, la risposta al potere cinese non si avvale della violenza: niente guerriglia, niente terrorismo. Per gli antropologi, da quando l'uomo è sulla terra le guerre si sono susseguite in un'alternanza più rapida che i periodi di pace, indipendentemente dalla posizione sul pianeta e dal livello tecnologico dei vari popoli. Si tratta di fatalità, di conflitti inevitabili?

Il potere della volontà umana

Nella storia dell'Europa, l'antagonismo perenne tra "la cattolicissima Francia" e la Germania è stato marcato profondamente da guerre ininterrotte, ma dopo il 1945 è successo qualcosa di sbalorditivo: i due paesi sono riusciti a trasformare le loro rivalità in un uno sforzo di collaborazione e complementarietà. I responsabili politici hanno voluto cambiare il corso della Storia. Da una parte e dall'altra, si è scelto di lavorare allo stesso scopo. E i cittadini vengono chiamati ad appoggiare le scelte dei loro governi, a farle proprie. 
Qualcosa del genere avviene anche tra il Giappone e la Corea. Ciò non significa che tra alcuni popoli, perennemente nemici, sia miracolosamente sorto un amore idilliaco: sta il fatto che dopo esperienze terribili come le due guerre mondiali, si è fatta strada ragionevolmente la convinzione di trovare mezzi diversi dalle armi per esprimere le proprie rivalità.
In alcuni paesi del mondo, ci sono ancora capi di stato che inculcano ai cittadini di far valere la propria identità, annientando coloro che non appartengono alla stessa etnia. Ogni guerra, di religione o no, è frutto di un male coltivato dall'uomo per un motivo personale o di gruppo, per scopi politici di potere. Il male non è un concetto astratto che spieghi in proprio l'accadere di certi avvenimenti. Gli stessi regimi non sono altro che aggregati di persone alla ricerca della propria affermazione o di appropriazioni a danno di altri. Il regime poi non porta solo la guerra armata fuori del proprio territorio, la scatena nel proprio ambito con la degradazione fisica e morale dei dissidenti, con la tortura per poter mantenere il potere. Nessun conflitto comunque è così assurdo da non poter essere studiato nelle sue cause e nei suoi effetti.

La disumanizzazione è radicata nell'uomo


Le guerre non sono più delle rivalità che paesi singoli o alleati combattono tramite eserciti ed armi qualificate a distruggere nemici politici. Con l'avvento del terrorismo si è affermata "la mondializzazione di un organismo senza territorio e senza stato, che dispone di mezzi di morte inauditi" (E. Morin). 
Quello che maggiormente sconcerta è il fatto che una simile forma di violenza giustifica se stessa come incarnazione del bene in assoluto, in opposizione al male, visto anche questo come assoluto. Alle "guerre sante" condotte in nome Dio, si oppongono le "crociate" condotte in nome della libertà e dei diritti umani, anch'essi facilmente riconducibili a Dio. E il male? Il male è incarnato e odiato "nell'altro". Molto più che nel passato, oggi, le guerre, anche se non colpiscono da vicino, suscitano odio e disprezzo. Creano uno stato di esaltazione malefica che non si limita ai combattenti di professione, coinvolge la gente facendole considerare il nemico come un essere dannato. Se nel passato le guerre venivano considerate (dai greci) come momenti o periodi eccezionali in cui la potenziale follia umana aveva modo di scatenarsi, oggi sembrano sempre più creare una situazione di fatto in cui odio e crudeltà trovano di continuo occasione di esercitarsi, dimostrando che "la crudeltà gratuita" è un fenomeno solo umano da escludersi ad esempio negli animali.

Religione e guerre di religione


Ogni forma di religione degna di questo nome ha lo scopo principale di mettere l'uomo davanti a Dio e davanti a se stesso. E' la maniera più indicata per distinguere il bene ed il male e comportarsi di conseguenza. A parte gli innumerevoli tentativi di dare una spiegazione, il male rimane sempre un mistero. Anche quando viene caratterizzato come male morale, fisico, metafisico, intellettuale, sociale...la sua radice concreta è nel cuore dell'uomo. Non può venire attribuito ad una qualsiasi collettività senza coinvolgere i singoli che la compongono. Impegnarsi a conoscere se stessi è fondamentale per riconoscere all'atto pratico gli aspetti negativi della realtà con la quale abbiamo a che fare. La conoscenza di sè è un aspetto della conoscenza in generale che fa ancora fatica ad entrare nei sistemi educativi, compresi quelli riguardanti la formazione religiosa.
Esaminare se stessi, analizzarsi a fondo, permette di operare una rottura con l'egocentrismo naturale che ci autorizza a pensare che noi ci comportiamo sempre nel migliore dei modi, mentre sono gli altri a sbagliare e quindi è da loro che il male proviene. Un atteggiamento questo che ha un influsso notevole anche per quanto riguarda la religione propria e quella degli altri.
Se si esamina obiettivamente il proprio modo di vivere o subire gli avvenimenti e la maniera in cui questi avvenimenti vengono col tempo rievocati, ci si accorge dell'abilità che viene usata nel modo di alterarli, modificandoli a seconda del proprio tornaconto. E' una tendenza che fa parte del patrimonio umano collettivo, rintracciabile anche nei gruppi religiosi, non solo nelle singole persone. Si mente inconsciamente a se stessi, da soli e assieme agli altri.

Dio e gli altri

E' difficile stabilire le priorità della conoscenza. La persona umana agisce come un tuttuno. Non può riflettere su di sé senza relazionarsi agli altri e viceversa. Non può cercare un fondamento alla propria natura senza trascenderla, senza intuire una presenza che ne accresce il mistero ed invita ad andare oltre all'esperienza immediata. A meno che una forma di superficialità congenita non porti ad appagarsi di ciò che è facilmente constatabile. La conoscenza dell'altro è un'urgenza irrinunciabile specialmente oggi, ed implica la necessità di entrare nel modo di pensare altrui. E' una strategia altamente elaborata ai nostri giorni, a servizio della pubblicità, a favore del mercato, irrinunciabile nella tensione al protagonismo di ogni genere. L' "altro" deve essere necessariamente visto nella sua complessità: nessuno è totalmente malvagio o fornito, nel fare il male, di un'incoscienza totale. Anche nelle situazioni più irriducibili può esserci un possibile barlume di umanità. La conoscenza dell'altro è considerata e inculcata come un dovere dal punto di vista umano e cristiano, ma non è tanto facile. Esige impegno, attenzione, una vera passione per l'uomo considerato come prossimo, come la più immediata espressione di Dio.
C'è qualcuno che parla di "agonia planetaria" e di "incoscienza totale"(E. Morin), di una lotta cioè, ormai alle strette ed estesa universalmente, tra la vita e la morte. Senza che la gente se ne renda conto. 
Nemmeno gli ultimi disastrosissimi fatti e le guerre in atto che non tendono a finire, creano la consapevolezza che ciascuno è coinvolto in un disastro che può a breve termine diventare fatale. Permane la tendenza a restare chiusi nel proprio ambito ristretto, senza avvertire che per società, oggi, si deve intendere il mondo. La vera patria, per tutti, è la terra. Su questa linea vogliono muoversi i sani movimenti religiosi. Non esistono cambiamenti significativi e duraturi nelle strutture e nelle organizzazioni di qualsiasi genere se non c'è cambiamento nell'uomo. 
Consapevolezza e responsabilità personale: sono i primi frutti di una vera apertura verso Dio e gli altri.